David Tell – Io sono un’arma

La guerra fa da scenario a grandi classici della letteratura, dall’Iliade a Guerra e pace, e ha ispirato pagine memorabili a grandi registi, da Kubrick a Malik e Eastwood. Ne risulta per lo più un’immagine ambivalente dell’evento bellico: eserciti schierati, città devastate, masse in movimento, scenari suggestivi, costituiscono elementi irrinunciabili di un’epopea spettacolare. Nella condanna dell’ideologia militarista resta comunque latente l’idea che la lotta fra popoli, al di là delle motivazioni, sia bella se non da vedersi sicuramente da rappresentarsi: l’estetica spesso relega il rifiuto etico a pura retorica. Significativo il fatto che una pellicola come Full Metal Jacket sia considerata uno spot dai marines.

Nelle oltre 600 pagine della sue memorie, David Tell, pseudonimo di un marine che vuole proteggere la sua identità, la retorica del soldato invincibile sembra condividerla: la sua testimonianza smitizza i luoghi comuni che giustificano la guerra come scelta di vita oggi, proprio perché il punto di vista non è quello del pacifista. Al contrario, egli per i quattro anni di vita in caserma si sente parte del corpo di guerrieri scelti, vanto degli Stati Uniti d’America. Quando si arruola, a diciotto anni, non ha motivazioni particolari: la sua indole non è certo quella dell’eroe, anzi egli potrebbe condividere la nota frase di Brecht «Beati quei popoli che non hanno bisogno di eroi». Egli, infatti, intuisce fin dal primo incontro con i superiori che gli eroi di cui il suo Paese ha bisogno sono coloro che riescono a essere individui in un contesto che li vorrebbe automi, supini esecutori di ordini illogici. Ed è questo sforzo gradualmente più consapevole di salvaguardare la propria integrità di uomo a guidare David: a questa resistenza dell’ “umano” si riferisce quando trova l’energia «per non mollare» di fronte alla brutalità del sistema. L’umanità è in lui una voce flebile, soffocata dalle marce estenuanti, dalle torture psicologiche e fisiche inflitte da istruttori sadici, eppure mai spenta: è la pena per i commilitoni più deboli, i «capri espiatori», è il senso di giustizia oltraggiato dall’iniquità del meccanismo stritolante messo in atto, è il tenere la mano alla donna in lacrime per un giovane caduto.

Ma è soprattutto, nella sua ultima missione, vedere riflesso in un altro soldato il suo stesso trauma, da lui fino ad allora rimosso, a consentirgli la presa di coscienza definitiva: egli si è trasformato in un’arma e non può più esserlo. Le armi non si chiedono perché o contro chi sparano.

ISBN
9788830434134
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