Woody Allen scrive al Times: «Non ho violentato mia figlia»

Finora, Woody Allen non aveva messo direttamente bocca nello scandalo che, negli ultimi giorni, gli è esploso intorno. Era toccato al portavoce prima e all’avvocato poi replicare alle accuse della figlia adottiva Dylan Farrow, che, in una lettera aperta al New York Times, aveva affermato di essere stata violentata dal patrigno quando aveva sette anni. Ora, però, il regista dice la sua, e lo fa proprio dalle colonne del Times.

«Non ho molestato Dylan, naturalmente», scrive il regista in un lungo intervento. «Ventuno anni fa, quando sentii per la prima volta che Mia Farrow mi aveva accusato di molestie, trovai l’idea così ridicola che non ci pensai due volte. Eravamo stati coinvolti in una rottura così aspra…», racconta il regista. Secondo la sua ricostruzione, il giorno in cui sarebbe avvenuto il fatto Dylan inizialmente disse «al medico che non era stata molestata». Poi, però, «Mia la portò fuori a prendere un gelato e, quando è tornata, la bambina ha cambiato la sua versione dei fatti».

(Mia Farrow e Woody Allen con Ronan e Dylan)

Una commissione di esperti concluse che la piccola non era stata violentata. Di recente, anche Moses Farrow, altro figlio adottivo di Allen e di Mia Farrow, aveva dichiarato che Allen è innocente: «Lei lo amava e non vedeva l’ora di vederlo quando veniva a farci visita. Non si è mai nascosta da lui fino a che nostra madre riuscì a creare un’atmosfera di odio e paura nei suoi confronti». La tesi è la stessa che sostiene Allen:& «Io volevo bene a Dylan, e spero che un giorno capisca di essere stata privata di un padre che l’amava e sfruttata da una madre che era più interessata alla sua gigantesca rabbia che al benessere di sua figlia».

Secondo il regista, insomma, Mia Farrow avrebbe usato Dylan come «una pedina» per vendicarsi della separazione. Nel 1992, dopo una relazione durata 12 anni, il regista lasciò infatti l’attrice e musa di tanti suoi film per la figlia adottiva Soon-Yi Previn, all’epoca 19enne, con cui aveva iniziato una storia e che sposò cinque anni più tardi.

(Ronan Farrow)

Allen affronta poi anche un’altra questione spinosa: la paternità dell’unico figlio naturale, Ronan Farrow (che nei giorni scorsi si era schierato apertamente dalla parte di Dylan). L’ex compagna, recentemente, ha affermato che potrebbe essere figlio di Frank Sinatra, il suo precedente amore: «Vero, somiglia a Sinatra. Ma se è così, cosa significa? Che durante la battaglia sull’affidamento, lei ha mentito sotto giuramento affermando che Ronan era figlio nostro? Anche se non è di Frank, la sua possibilità solleva il dubbio che andasse a letto con Sinatra mentre stavamo assieme. Senza parlare di quel che ho pagato in alimenti. Mantenevo il figlio di Frank?».

Nella conclusione della lettera, Allen torna a parlare di Dylan ed è lapidario: «Questo scritto sarà la mia parola finale sulla questione e nessuno risponderà per mio conto ad ogni ulteriore commento fatto da altri».

(Dylan Farrow con Mia Farrow)

A stretto giro, è arrivata la replica di Dylan Farrow, tramite un’altra lettera, stavolta affidata all’Hollywood Reporter: «Ancora una volta Woody Allen attacca me e la mia famiglia nel tentativo di screditarmi e farmi tacere, ma niente di quello che può dire o scrivere può cambiare la verità», ha affermato la 28enne. Dylan ricorda anche che l’allora procuratore del Connecticut, Frank Maco, aveva concluso che c’erano anche gli estremi di una querela ma che, per tutelare la vittima che era una bambina, decise di non procedere.

«Allen può avere un arsenale di avvocati e portavoce, ma l’unica cosa che non ha è la verità dalla sua parte», ha detto la Farrow. Che si augura: «Spero che questa sia la fine dei suoi attacchi feroci e della campagna mediatica dei suoi avvocati e portavoci, come ha promesso. Io non lascerò che la verità venga seppellita e che mi mettano a tacere».

Insomma, la guerra è appena iniziata, e non è escluso che Allen debba pagare anche con l’Oscar: il suo Blue Jasmine è nella lista dei candidati come miglior film, ma chissà che i giurati dell’Academy non si lascino influenzare dalla vicenda. Nulla comunque in confronto al dolore privato di una storia che, dopo vent’anni, non accenna ancora a finire.