I mille volti di Philip Seymour Hoffman

Il grande Lebowski, Magnolia, ll talento di Mr. Ripley, A sangue freddo, Mission: impossible III, The master. Nel corso della sua troppo breve carriera cinematografica, conclusasi tragicamente ieri con la morte per overdose, Philip Seymour Hoffman è stato molti uomini: il cagnolino da riporto di un milionario, il leader di una setta religiosa, il capo di un’organizzazione terroristica, un prete sospettato di pedofilia, un giornalista rock, un insegnante innamorato di una studentessa. Hoffman era uno degli attori migliori della sua generazione, capace di scivolare con disinvoltura dal dramma alla commedia al cinema d’azione al fantascientifico (uno dei suoi ultimi titoli è The Hunger Games, di cui stava girando due nuovi capitoli).

Nato a Fairport il 23 luglio del 1967, Hoffman aveva mostrato sin da ragazzo la sua passione per il cinema, frequentando i corsi d’arte drammatica a New York e diplomandosi nel 1989. L’esordio nel mondo del cinema arrivò nel 1991, con Triple Bogey on a par five hole, diretto da Amos Pole. Dopo un altro po’ di gavetta, arrivò la prima chance importante: nel 1992 era nel cast di Scent of a woman – Profumo di donna, accanto al Al Pacino e a Chris O’Donnell. Nel 1996, il primo film con Paul Thomas Anderson, Sydney: con il regista americano, Hoffman lavorerà anche in Boogie nights (1997), Magnolia (1999), Ubriaco d’amore (2002) e The master (2013). Ne Il grande Lebowski dei fratelli Coen (1998) interpretò Brandt, il galoppino del milionario Jeffrey Lebowski, l’omonimo del “Drugo” Jeff Bridges.

(la risata di Brandt)

Dopo un’altra ottima interpretazione ne Il talento di Mr. Ripley di Anthony Minghella (1999), arrivò un altro ruolo memorabile, quello di Lester Bangs, il grande critico rock, in Quasi famosi di Cameron Crowe. Nel 2002 recitò ne La 25° ora di Spike Lee e in Red dragon di Brett Ratner, dove faceva la parte di un giornalista troppo curioso, finito nelle grinfie di un terribile serial killer. Fu il preludio all’Oscar, meritatissimo, che conquistò nel 2006 con la sua caratterizzazione dello scrittore Truman Capote in A sangue freddo di Bennett Miller. Per lo stesso ruolo, Hoffmann vinse anche un Golden Globe, il British Academy of Film and Television Arts e lo Screen Actors Guild Awards – giusto per citare i premi principali.

(Philip Seymour Hoffman con l’Oscar conquistato per Truman Capote – A sangue freddo

Altre tre nomination agli Oscar arrivarono per La guerra di Charlie Wilson (2008), Il dubbio (2009, in cui interpretava il ruolo complesso di un prete sospettato di pedofilia) e The master (che nel 2013 gli valse la Coppa Volpi a Venezia). Nel frattempo, però, Hoffman continuava a recitare a teatro (nel 2000 aveva conquistato un Tony Award, l’Oscar del palcoscenico) e, nel 2010, diresse il suo primo film, Jack goes boating, non fortunatissimo in termini di incassi (in Italia non è nemmeno arrivato), ma apprezzato dalla critica.

Philip si preparava a ritornare dietro la macchina da presa con Ezekiel Moss, una pellicola ambientata nel periodo della Grande Depressione, che doveva essere interpretato da Jake Gyllenhaal e Amy Adams. Ci si è messa l’eroina a rovinare tutto. Hoffman è stato ritrovato cadavere nel suo appartamento di Manhattan: secondo le prime anticipazioni del Wall Street Journal, l’attore è stato rinvenuto con un ago ancora nel braccio. La notizia è stata confermata anche dal New York Times, che scrive come la polizia abbia trovato nell’appartamento di Hoffman anche una busta con dentro quella che dovrebbe essere eroina. Hoffman non ha mai nascosto i suoi problemi con la droga: nel 2006, aveva ammesso di avere avuto problemi di dipendenza da giovane. «Il problema era la droga, era l’alcool, era qualsiasi cosa su cui riuscissi a mettere le mani… mi piaceva tutto», aveva spiegato. Dopo la laurea si era disintossicato ed era rimasto pulito. Fino al 2013, quando, dopo aver sviluppato una dipendenza da un farmaco regolarmente prescrittogli, era poi passato all’eroina: dopo una settimana si era fatto ricoverare in rehab. Sembrava ne fosse uscito, e invece.

Per buona parte della sua carriera, Hoffman non era stato sotto i riflettori. Alla popolarità guardava con un senso di disagio. Ecco cosa dichiarava sull’arogomento ad Esquire nel 2012: «Ci penso spesso. Credo che oggi sia meno vero di un tempo, più invecchio e più perdo il mio “anonimato”. Penso che sia perché oggi per le persone è molto più facile vedere tutto. Negli ultimi cinque anni le nostre foto – le mie, le tue, quelle di tutti – sono finite ovunque. Non è che le persone guardano più film, è che le immagini sono ovunque. Per gli attori più giovani sarà sempre più difficile mantenere un profilo basso. E questo anzi non vale solo per gli attori, vale per tutti».

Della sua vita privata si sa pochissimo, se non che aveva moglie e tre figli. Dopo la notizia della morte dell’attore, sotto casa sua si è adunata una folla di persone, e qualcuno ha lasciato anche dei fiori sul portone. Grande anche il cordoglio di Hollywood: «Phillip Seymour Hoffman era un genio, coraggioso e dolce. Non posso credere che se ne sia andato. Una grande perdita. La mia più profonda compassione per sua moglie e i suoi bambini», scrive Susan Sarandon su Twitter. Gli fa eco, sempre sul popolare social network, Jim Carrey: «Caro Philip, un’anima bellissima. Per quelli più sensibili di noi il rumore può essere troppo».

Ecco cinque clip dai film di Hoffman:

Magnolia:

La guerra di Charlie Wilson:

La 25ª ora:

Il sospetto:

Quasi famosi: