Guido Marchisio è il dirigente di una multinazionale. Uomo solido, ambizioso, si ritrova incaricato di seguire una ristrutturazione, preludio inevitabile alla dismissione dello stabilimento torinese della fabbrica. Una vita sino a quel momento perfetta (con tanto di fidanzata con la metà dei suoi anni) va a rotoli nel momento in cui, per caso, Guido scopre di avere un doppio, tale Ernesto Bolle. Ossessionato, Marchisio si mette alla ricerca di Bolle, che sembra come svanito nel nulla.
Come in un (finto) reportage, ne Le colpe dei padri, Alessandro Perissinotto ricostruisce questa ricerca, che è, soprattutto, il tentativo di ricucire una memoria divisa. Il racconto, infatti, interseca il presente con la stagione del terrorismo e delle lotte operaie degli anni ’60 e ’70. Guido, da figlio della borghesia, si scopre Ernesto, figlio di due militanti della sinistra extraparlamentare, che un incidente (e la morte dei genitori naturali), ha consegnato a tutt’altro destino. La sua condizione doppia, scissa, non tarda a manifestare i suoi effetti deleteri: a guidare Marchisio/Bolle, l’ossessione per quel padre, Michele, che non ha mai conosciuto, e che certo non avrebbe apprezzato il suo ruolo di “carnefice” (la cassa integrazione da lui disposta fa una vittima, una ragazza madre che si getta sotto un treno). Sarà il desiderio di far pace con questo fantasma a spingere Guido, sul finale, ad un gesto estremo.
Le colpe dei padri è un libro sulle cicatrici che non guariscono, sui traumi collettivi, di un paese, che sconvolgono anche le vite dei singoli, in modi imprevedibili, come solo il destino sa essere. Sullo sfondo (ma neanche tanto), la Grande Fabbrica, «l’anziana matrigna» che da sempre è il cuore pulsante di Torino ed esige continuamente il suo tributo in vite umane – inutile, perché, ieri come oggi, sono sempre le ragioni del capitale a trionfare.
Perissinotto dà il meglio di sé nella prima parte del romanzo, quando il focus è la ricerca di Bolle. Nella seconda parte, in cui Marchisio tenta di conciliare le due identità, la tensione da thriller un po’ si allenta, ed emergono i limiti di personalità del libro (anche stilistici). La fine, con un azzeccato colpo di scena, sancisce l’impossibilità di Guido/Ernesto di essere completamente l’uno o l’altro. Ricominciare da zero: ecco l’unico modo, sembra suggerire Perissinotto, per continuare a vivere. Conoscere il passato, sapere chi siamo realmente, ma guardare avanti, reinventandoci: in quest’Italia di crisi – sociale e culturale, prima che economica -, una lezione da non sottovalutare.




