Un po’(p) d’Apocalisse: la fine del mondo nei negozi di dischi

«La morte non esiste più», cantano i Baustelle in una delle tracce di Fantasma. E in effetti è così: in un’epoca di revival totalizzante, di culto maniacale del vintage, le lancette del tempo della musica (e non solo) sembrano essersi come bloccate, assestandosi di volta in volta sulla riproposizione di mode e clichè di epoche diverse del passato recente. Cinquanta, Sessanta, Settanta, Ottanta, Novanta: non c’è decennio che la “retromania”, per dirla alla Simon Reynolds, non abbia saccheggiato, soprattutto in questi anni Duemila così avari di novità. Nel corso di questi primi sette mesi del 2013, poi, sembra essere tornata in auge una fame di Apocalisse: nei negozi, infatti, sono arrivati alcuni album che, sebbene in forme diverse, sono imparentati tutti con l’idea della Fine.

Fantasma, ad esempio. È un disco emblematico, perché imperniato su una desolante assenza di futuro. I suoi luoghi sono i cimiteri, i musei, i testi invocano deserti, cementificazioni; c’è persino un brano intitolato Diorama, come le riproduzioni in scala di scene mitiche, fissate per sempre nel tempo. L’Apocalisse, i Maya, che se dovessero venire sul serio, ce lo saremmo meritati: per via dei seni rifatti, del «figlio di troia che appalta la RAI», delle «antenne di Segrate», che intercettano solo un «vuoto ineluttabile». La Terra, canta Francesco Bianconi, sarà meravigliosa dopo «l’estinzione della razza umana». Di questo parla Fantasma, del resto, emblematico sin dal titolo. Il punto, però, è come sviluppa il suo discorso, con un intreccio soffocante di orchestrazioni classicheggianti, di fatalismo da chansonnier, di gotico stereotipato. Senza un briciolo d’ironia, e di coraggio. Fantasma non parla di morte, Fantasma è la morte: dai suoi brani promana il fetore della carcassa della canzone d’autore, costretta a fare per l’ennesima volta i conti con gli spettri di De Andrè (onnipresente nel baritono ormai caricaturale di Bianconi), Tenco, Bindi e via di seguito, senza neppure sforzarsi di ipotizzare una nuova via. Fantasma, insomma, è un disco che lamenta l’assenza di un’opportunità che egli stesso si nega (il futuro): per comodità, perché l’Apocalisse è semplice – una botta e via -, perché se tanto tutto deve finire, viene meno anche la necessità dello sforzo di guardarsi dentro e scrollarsi di dosso la propria apatia.

Di una fine racconta anche un altro album attesissimo del 2013, Tomorrow’s harvest dei Boards of Canada. Che, come Random access memories dei Daft Punk (altro disco fantasmatico, una sorta di allegra veglia funebre per la disco music anni ’70, con tanto di risorti: Moroder e Rodgers), ha sottolineato definitivamente l’invadenza del marketing, il suo essere ormai componente fondamentale del prodotto artistico (è una constatazione, non un giudizio). La strategia di lancio dell’album (geniale, niente da dire) è stata tutta impostata sulla ricerca di indizi che, messi assieme, hanno svelato data di uscita, titolo e quant’altro. Una caccia al tesoro tra virtuale e reale (c’è stato un listening party in pieno deserto), che ha prodotto un effetto sorprendente: generare un hype da superstar per un gruppo che non ha mai vantato attenzioni o numeri da alta classifica. Insomma, pure qui si è venduta l’idea l’Evento, il fatto spartiacque, quasi che ci fosse una qualche chance che l’elettronica e la musica tutta non sarebbero state più le stesse dopo la pubblicazione di Tomorrow’s harvest. Ma come per Random access memories, anche l’LP dei Boards of Canada è stata una mezza delusione, una collezione di vignette di paesaggi post-atomici assai scontate. L’impressione, ascoltando le 17 tracce della raccolta, è che l’esperimento fatto con il primo singolo, Reach out for the dead (cioè quello di suonarlo al contrario), fosse in realtà estendibile tranquillamente a tutti i brani senza che la cosa ne modificasse minimamente il senso, tanto questo è debole. Il peccato di un album come Tomorrow’s harvest è una straordinaria carenza di autorialità: si tratta di brani senza tempo, svincolati da ogni contingenza, che chiunque avrebbe potuto scrivere. Panorami sonori gelidi, da cui, domani, non nascerà – per citare il titolo – alcun “raccolto”: perché è già nato, nei milioni di dischi, film o libri “di genere” che l’hanno preceduto.

Come Fantasma, Tomorrow’s harvest non è la descrizione critica del presente, ma il prodotto di un presente che antepone la sterile carrellata di cliché alla ricerca e, dunque, all’emozione. Che invece traspare a piene mani da Slow focus dei Fuck Buttons, brillante esplorazione dei recessi profondi dello spazio (con un inevitabile tocco horror), e, per paradosso, da The terror dei Flaming Lips, che dei dischi di cui parliamo è il più programmaticamente “apocalittico”.

«Il terrore è, lo sappiamo solo ora, che anche senza amore la vita vada avanti, che noi andiamo avanti meccanicamente, che non ci sia eutanasia»: così il frontman della band, Wayne Coyne, a proposito dell’album. Anche The terror adopera stereotipi sci-fi (vedi You lust, che sul finale gioca con atmosfere da 2001: odissea nello spazio), ma lo fa con tutt’altra forza espressiva. Le nove tracce, ipnotiche e gelide commistioni di avanguardia elettronica e psichedelia, rendono con efficacia il prolungarsi meccanico di un’esistenza prosciugata di ogni slancio vitale. Persino gli arrangiamenti, monotoni, uniformi (troppo?), fanno gioco nel tratteggiare un universo tenuto in vita artificialmente.

Ovviamente, nel raccontare la Fine la musica è in buona compagnia, soprattutto del cinema. Re della terra selvaggia di Behn Zeitlin, After Earth di M. Night Shyamalan, Oblivion di Joseph Kosinski, Pacific rim di Guillermo del Toro, Facciamola finita di Seth Rogen e Evan Goldberg e La fine del mondo di Edgar Wright, tra fantastico, fantascienza e comico-demenziale, raccontano di inondazioni, Terre ridotte ad aridi deserti ed apocalissi improvvise. E questo solo per citare alcuni dei titoli in programma in questi mesi. Pure la letteratura è latrice di messaggi di sventure: senza andare troppo lontano e pescare nel fantasy d’oltreoceano, c’è Resistere non serve a niente di Walter Siti (premiato con lo Strega) a raccontare un mondo al collasso, in cui la fluidità postmoderna è diventata sistema e ha scardinato definitivamente i confortevoli confini di un tempo (finanza – criminalità organizzata, borghesia – borgate ecc.). Per non parlare de La caduta di Giovanni Cocco, o de Le colpe dei padri di Alessandro Perissinotto (pure lui candidato allo Strega), che congela le lancette dell’orologio e intreccia la crisi del manager di una multinazionale nell’Italia di oggi con le lotte sindacali degli anni ’60-’70. Come se il tempo non fosse passato.

Ora, tutto questo è normale, in un certo senso: l’Apocalisse ha sempre venduto bene, tra gli intellettuali come tra i fanatici religiosi. Tuttavia, quello che è accaduto nel corso degli ultimi dieci anni ha una specificità tutta sua, che trascende la passione umana per il morboso. Siamo bloccati in un presente eterno, fatto di evi che convivono in barba agli anacronismi, e di futuro che latita. La musica, termometro particolarmente sensibile alle mode e alle tendenze dei tempi, ha tradotto tutto questo nel fenomeno del revival, esploso con particolare forza nell’ultimo decennio. Ed è dunque facile leggere in questo attaccamento disperato al passato il riflesso di una crisi (sociale, politica, culturale, economica) introiettata già da tempo, da prima cioè che si manifestasse con crolli di borse e bancarotte di stato. Quando il sospetto è che tutto stia per franare e il futuro appare incerto, cosa c’è di meglio dell’abbraccio confortevole del già visto/sentito, del passato? Siamo in un’epoca di colossale transizione, e non è facile prevedere che volto avrà il futuro: certo è che un futuro ci sarà, in barba a quelli che tifano Maya, e saremo costretti tutti a farci i conti. Certo, avere la colonna sonora giusta renderebbe il compito più gradevole…

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