Forse è stato proprio il maglione portafortuna di Pietro, o l’eccessivo entusiasmo per l’avvento di Lorenzo, a fare andare tutto storto. Eppure il verdetto è inequivocabile e definitivo: dall’ecografia risulta che Lorenzo «è troppo corto», ci sono delle anomalie che fanno pensare a una displasia scheletrica. Il mondo di Luce, incinta di ventinove settimane, e Pietro crolla improvvisamente. Sono anni che cercano di avere un bambino: la loro attività sessuale era stata scandita proprio da quel proposito, ogni gesto era diventato meccanico, in previsione di quel neonato, programmato e fortemente voluto. Cosa fare? Luce non vuole arrendersi, e nemmeno il marito. Così, volano a Londra per avere un ulteriore parere, ma proprio in quella città li attende una decisione dolorosa e difficile.
Entrato nella cinquina finalista al Premio Strega, Nessuno sa di noi di Simona Sparaco più che concentrarsi sulla malattia in sé, studia i sentimenti dei genitori, ciascuno impegnato a elaborare in forma privata quanto sta accadendo al loro figlio. È proprio questo a determinare l’acuirsi delle angosce e l’incapacità ad andare avanti dopo la tragedia, questo essere insieme, eppure separati, il colpevolizzarsi di Luce, che pensa di non aver fatto abbastanza per garantire la salute del bambino, e l’essere pragmatico di Pietro, dilaniato dal dramma, eppure nella necessità di essere un porto sicuro per la moglie, la sua bussola, il suo orientamento. Due mondi lontani, la giornalista freelance e il figlio di un industriale, destinati a incontrarsi, piacersi e progettare qualcosa di grande insieme: quando il piccolo microcosmo viene distrutto, sono costretti a raccogliere i pezzi e a gettare nuova fondamenta su cui poggiare il loro rapporto. Ciò che sta accadendo a Lorenzo è anche l’occasione per Luce di considerare il rapporto con la madre, una donna cinica ed egoista, più preoccupata a chiedere soldi alla figlia che a starle accanto nel momento del bisogno.
La Sparaco confeziona una storia struggente, che tocca un tema di grosso impatto sull’opinione pubblica, ossia l’aborto. È davvero da cristiani mettere al mondo figli di certo destinati a essere diversamente abili? Dove finisce l’egoismo genitoriale ed inizia il bene del feto? Nessuno sa di noi non parla di eutanasia, eppure dal discorso sull’aborto si potrebbe allargare il raggio di riflessione sino a chiedersi fin dove le sofferenze del singolo possono arrivare per assicurare, con la sua presenza, anche di malformato, anche di malato, la serenità di chi resta ed è incapace di accettare il distacco. Aborto e eutanasia: l’uomo che gioca a fare Dio, o una scelta, una strada per alleviare o addirittura evitare un’esistenza futura segnata dai pregiudizi e dal dolore? Domanda a cui la Sparaco, con il suo romanzo, tenta di dare risposta.




