Hausu – Total

E poi ci sono quei casi in cui, evidentemente, le coordinate di un sound, i suoi riferimenti, sono lapalissiani, persino scolastici, eppure musica e parole riescono a colpirti ugualmente, vedi gli Hausu. Total è il loro primo disco, pubblicato da Sub Pop. Ammicca ai Cure e ai Discharge, si alimenta di un ibrido tra introflessione e distorsione apocalittica, tra malattia dell’anima e fisicità (la parola “corpo” ricorre spesso nei testi), insomma pesca in un immaginario dark-alienato arcinoto, ma lo fa con freschezza, con l’innocenza dell’esordiente mediata da una sotterranea consapevolezza dei propri mezzi che, tuttavia, non sfocia mai nella saccenza. Praticamente, un mezzo miracolo.

Volendo fare un paragone (relativamente) recente, viene in mente il primo disco degli Horrors, Strange house (2007), all’insegna di fuzz e psychobilly che la band britannica, in seguito, avrebbe rinnegato per le partiture più articolate di Skying (2011). Impossibile dire se gli Hausu seguiranno la stessa traiettoria, o se, piuttosto, persevereranno fino alla noia lungo la strada di questo rock ipercinetico, alienato e dolente. In effetti, chi se ne importa? Godiamoci piuttosto la furia hardcore sana di 1991 – 2091, l’epica resa di Bleak («kissing we’ll evaporate sublimated yearning
 / this will be the last time you hear from me»), le chitarre che macinano accordi come impazzite in Kool off. Recovery, dal canto suo, è vicina all’alternative rock stile Pavement, ma non ha neppure un briciolo di giovialità: piuttosto, si dispiega tesa, cupa. A metà accelera, lanciandosi in una galoppata strumentale dritto nel cuore di tenebra del post-punk, ottimo esempio di come l’intensità, a volte, riesca a compensare anche la sostanziale mancanza d’innovazione.

John Codeine, sin dal titolo, ammicca alle apocalissi urbane post-industriali dei Suicide: anche qui, l’aumento dei giri è bruciante, ai limiti dell’inintelligibilità, con le chitarre che, ad un tratto, per un effetto paradosso, sembrano persino “immobili”. Vasari joust (“la giostra di Vasari”) è al tempo stesso anemica, aggressiva e ricca d’inventiva, con i suoi cambi di tempo e le sue immagini di smarrimento e sconfitta («you’re on a failing path with me / 
but without it 
I get sick
 / I dunno»). Ad arricchire il personale pantheon pop della band di Portland c’è poi Tetsuo, lenta meditazione solitaria che cita il cult movie di Shinya Tsukamoto (1989).

«There is something I’m wont to say / 
I feel it resting in the frigid sound / 
tarnished body is my human mess / 
a solitary kingdom for a Pyrrhic son»: è la splendida strofa iniziale di Leaning mess, perfetto mix di enfasi e disfacimento, lo stesso che percorre tutto Total. Davvero, un esordio con i fiocchi, uno di quei rari casi in cui il piglio retrò non è una forzatura ma un veicolo per nuove, stimolanti visioni.

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