Di sicuro, una volta arrivati alla fine di questa intervista, resta la convinzione che Giovanni Robertini conosca davvero bene il suo mondo: quello della tv, dell’editoria e della comunicazione. Di altrettanto sicuro rimane, soprattutto dopo aver letto il suo libro, L’ultimo party, la sua sorprendente capacità di raccontare questo mondo attraverso l’ironia, uno sguardo acuto su ciò che circonda gli ambiente della cultura. Così, abbiamo provato a tirare giù la maschera che anche Giovanni, come i suoi “simili” che popolano la fauna dell’industria culturale, porta addosso. È ancora possibile avere un’identità nel giro di giostra dello spettacolo?
Caro Giovanni, la prima cosa che salta all’occhio del tuo libro è che hai sicuramente preso spunto dal mondo in cui lavori. Ci vuoi un po’ parlare di te, di come hai cominciato e di cosa fai ora?
Ho iniziato a lavorare a metà degli Anni Novanta, un periodo in cui era ancora possibile la ricerca di un’identità attraverso diverse esperienze di formazione, molte delle quali retribuite. Ho fatto il dj ai matrimoni della borghesia milanese, il redattore in una rivista di cinema, l’autore nella Mtv degli esordi, quando poteva succedere di essere mandati da un giorno all’altro a Londra a intervistare gli U2. La televisione e il suo tentativo di essere contemporanea – allo stesso tempo “sperimentale” e “popolare” – mi hanno affascinato a tal punto da cercare di trasformare il mio essere autore televisivo in una professione vera e propria.
Che differenza c’è tra la tv e il mondo dell’editoria?
Fino a qualche tempo fa c’era una sorta di diffidenza verso chi lavorava in tv, dovuta soprattutto all’esplosione politica della televisione commerciale. Ora, anche a causa della crisi di mercato dell’editoria, il conflitto si è stemperato, gli snobismi reciproci sono venuti meno. Rimangono le differenze, legate soprattutto alla tradizione e al disperato tentativo di mantenerla viva, che il cinismo della mia generazione ha cercato in tutti modi di banalizzare. Quel cinismo che ti fa dire “scrivo solo per i soldi” o “faccio la tv impegnata”.
I personaggi del tuo libro sono vagabondi in cerca di identità. Davvero è così dura lavorare nel mondo dello spettacolo?
Il mondo dello spettacolo per sopravvivere deve cambiare in continuazione, adattarsi alle esigenze, seguire i costumi, addirittura prevederli con anticipo. Questo fa sì che sia davvero difficile crearsi un’identità, che rischia di invecchiare nel momento stesso in cui si è pensato di averla trovata. Prova a passare – stando in equilibrio, “senza cadere” – dalla scrittura di una fiction su Padre Pio a un servizio sulla settimana della moda. L’unica possibilità è “surfare” sulla grande onda del pop, cercando di rimanere in piedi. Oppure guardare gli altri dalla spiaggia, magari aprendo un chiringuito che venda birrette al tramonto.
Notavo che, in realtà, i tuoi personaggi, che passano la vita dietro al gusto e alle mode, finiscono per disintegrarsi. La carta vincente è ancora la passione?
Più che la passione, la carta vincente credo che sia la professionalità: fare bene quello che si sta facendo. Per arrivarci non basta la passione, ci vogliono una serie di qualità meno sexy: pazienza, lucidità, saper fare pubbliche relazioni, piaggeria.
C’è una distanza netta, a quanto pare, tra il proprio ruolo lavorativo e la realtà vera. Si corre cioè il rischio di non scindere più l’aspetto pubblico dal privato?
L’Ultimo Party è un tentativo di descrivere una società di persone che per vanità e necessità privilegia un’esistenza pubblica. Il privato nel libro è in funzione del pubblico, e della finzione che lo accompagna.
Anche tu, come i personaggi del tuo libro, indossi una maschera?
Certo, più d’una. Direi più o meno tutte quelle presenti nel libro.
Sembra che in Italia oggi la cultura corra il rischio di estinguersi. È ancora possibile ripartire dalla cultura per vincere questa crisi?
Ti risponderei con una banalità. Anzi, guarda, lo faccio: la cultura non si estingue. Più probabile che ci estinguiamo noi nel tentativo di salvarla.
Se un giorno dovessi organizzare una bella festa d’addio, quali sarebbero i tuoi invitati?
Innanzitutto dei bravi barman. Solo loro hanno la responsabilità della riuscita di una buona festa.




