George Orwell – 1984

Un senso d’inevitabilità aleggia tra pagine di 1984, la spietata parabola di George Orwell sul totalitarismo. Il protagonista, Winston, sin dalle prime battute appare come uno sconfitto, ma da lettori non ci si rassegna. Gli si dà una chance, si trattiene il fiato quando compare Emmanuel Goldstein, capo della “Fratellanza” che si oppone al regime del Grande Fratello. Il cuore accelera quando Winston incontra Julia, quando fanno l’amore e sembrano liberi ed invincibili. Una vittoria deve essere possibile. E invece no: il grigiore di un modo ridotto ad un immenso buco della serratura, in cui il potere ha gioco facile a controllare e soggiogare, alla fine ha la meglio sui due amanti, li spezza e li lascia lì, in attesa che la sentenza di morte diventi esecutiva.

1984: si capovolgono le ultime due cifre e viene fuori l’anno in cui Orwell lo scrisse, il 1948. Finita la Seconda guerra mondiale, l’orrore della dittatura e della carneficina nazista erano ancora troppo freschi. E poi c’era l’URSS, che dal conflitto era uscita addirittura trionfante e sembrava potesse (e volesse) minacciare il “way of life” occidentale. Ecco dunque la Guerra fredda, la contrapposizione tra blocchi. 1984 è calcato su questo scenario: Orwell (autodefinitosi “socialista democratico”) immagina un mondo dominato da tre potenze, Oceania, Eurasia ed Estasia, in perenne conflitto tra loro. La capitale dell’Oceania è Londra, ed è lì che ha luogo l’odissea di Winston e Julia. Entrambi sono impiegati del Partito unico, soggetti come tutti ad un controllo ossessivo che è in primis mentale: memorabili i “due minuti d’odio” che quotidianamente occorre dedicare a Goldstein, secondo la leggenda un ex funzionario del Partito poi passato a guidare la resistenza.

Orwell, dunque, pennella una distopia che ha il sapore di un incubo kafkiano, in cui il potere è un organismo evanescente eppure pervasivo, perennemente protetto da una coltre di menzogne. Anche qui come nel precedente La fattoria degli animali (1945), baluardi dello status quo sono il controllo dell’informazione (la retorica martellante, di ispirazione chiaramente sovietica) e della lingua: elaborata e costantemente aggiornata dal Partito, la “Neolingua” parlata in Oceania elimina le distinzioni concettuali, riduce al minimo la semantica e con essa il pensiero.

Non c’è scampo, in 1984: sono tutti potenziali traditori, tutti futuri delatori, tutti morti. Anche se non lo sanno. Anche se, da lettori, ci sforziamo di ignorarlo, nel tentativo di negare una possibilità reale all’incubo orwelliano. Un romanzo disperato e annichilente.