Tutti gli uomini che ancora non siamo. Conversazione con Rafael Reig

Abbiamo scoperto Rafael Reig leggendo il suo ultimo romanzo, Quello che non c’è scritto, una storia di una potenza unica, che arriva alle viscere del lettore attraverso un procedimento di scoperta faticoso, che non risparmia il dolore, il ritorno del passato, la sofferenza. Tra le righe del libro, le figure dello scrittore e del lettore si mescolano, si confondono, camminano assieme e poi si scontrano, esplodono, segnano un sentiero fatto di dubbi e paure, per arrivare ad un finale quanto mai aperto. In questa chiacchierata abbiamo cercato di entrare a gamba tesa nella sua opera, capire quale idea Reig abbia della scrittura e della letteratura, e portare alla luce la parte più buia di noi: come in un bellissimo “gioco del doppio”.

 

Rafael Reig, leggevo tra le sue note personali che, negli ambienti chiusi, cerca sempre un’uscita di emergenza, una via di fuga. Proprio come in Quello che non c’è scritto, che sembra una rincorsa lontano da se stessi e verso se stessi. Quando è nata l’idea di scrivere un romanzo così?

Negli autobus spagnoli, come racconto nel romanzo, c’è un finestrino con scritto “uscita d’emergenza”. Un giorno mi resi conto che c’era la stessa insegna ai due lati del vetro. Quello mi fece pensare molto: stiamo dentro o fuori? Da dove usciamo? Verso l’esterno o più a fondo di noi stessi? Alla fine credo che, come il pianeta, la nostra traiettoria è curva: l’orizzonte verso il quale ci dirigiamo, non solo è sempre alla stessa distanza, ma segnala la curvatura che ci porterà a descrivere un cerchio.

Un libro che diventa proiezione di paure, dolori, minacce. Una proiezione della vita insomma. Quanto c’è di lei in questo libro?

Mi piacerebbe dire, come Flaubert, che l’autore è come Dio: è presente da tutte le parti, ma non è visibile in nessuna. Il bambino accantonato, indifeso e anche egoista sono io. La donna indulgente anche con se stessa, interessata e calcolatrice, ma anche vittima sono io. Anche il padre dispotico, instabile e contemporaneamente abbandonato sono io. Scrivere è trasformarsi in una moltitudine. Per me è stato un romanzo scomodo, difficile da scrivere, perché ho affrontato le peggiori possibilità di me stesso.

Tra le pagine vivono insieme due storie che sembrano indipendenti l’una dall’altra: quella della famiglia e un noir violentissimo contenuto nel dattiloscritto di Carlos. Quanto è stato difficile far convivere e convergere due storie così?

Difficile no, perché entrambe sorgono dalla stessa radice e nelle due utilizzo elementi paralleli: rancore sociale, la vita familiare (dato che la banda di sequestratori è, in un certo modo, una piccola famiglia), la volontà di potere che si trova rannicchiata dietro l’amore, la necessità di essere amato e l’impossibilità di amare. Tuttavia, è stato complicato, faticoso, in senso tecnico, nel nascondere le cuciture affinché non si vedano, lavorare le simmetrie e i contrasti e conseguire un ritmo narrativo che cerca di catturare il lettore come se l’avesse rapito.

Per Carmen leggere diventa una droga, e anche il lettore, ad un certo punto, non può fare a meno di separarsi da questo libro. Quello che non c’è scritto è anche una dimostrazione del potere della lettura e della sua importanza come mezzo di ricerca?

Esattamente: leggendo, come scrivendo, noi ci denunciamo. Sequestrati dal libro, impariamo qualcosa su noi stessi e spesso qualcosa che avremmo preferito ignorare. La lettura è sempre sbiecata, tutti leggiamo in prima persona. Io leggo Cervantes, Dante e Flaubert come se il Don Chisciotte, la Divina Commedia e Madame Bovary parlassero di me. E in realtà è cosi: parlano di me. Come scrittore non mi interessa la letteratura espressiva, io non scrivo per parlare di me, voglio che i miei romanzi parlino di chi li legge.

Tutto questo non fa perdere di vista l’intimità di ogni personaggio. Nel descrivere il passato lei sembra lucido, preciso, nostalgico pur nella violenza. Quanto conta il passato in questo libro?

Come direbbe Faulkner, il passato neanche è passato: continua a succedere adesso stesso. Dietro il finanziere di successo continua ad essere presente il bambino grasso della scuola. Credo che l’ultima frase de Il grande Gatsby sia esatta: siamo barche che remano in avanti, ma la corrente ci trascina indietro verso il passato. La cosa terribile è che, come si dice a Cuba, uno non sa mai quale passato lo aspetta.

La dinamica familiare è un punto centrale di questo suo lavoro. Jorge sembra essere quello che soffre maggiormente la disgregazione della famiglia. Ma alla fine sembra non vincere nessuno…

E’ che nessuno vince mai. La famiglia è l’esperienza più intensa della vita, quella che ci procura il più grande dolore e il più grande benessere. Ma mai nessuno vince, tutti siamo sconfitti in quel combattimento contro l’egoismo. E se ci pensiamo bene, è possibile vincere? Come si chiedeva il poeta Claudio Rodríguez: che vittorie cerca colui che ama?

Mi piace pensare che questo libro funzioni come un gioco, in cui ognuno ricerca se stesso mentre sta ricercando un senso in qualcos’altro. Questo è il vero significato di quel cruciverba nascosto tra le pagine? Siamo invitati anche noi a giocare con noi stessi?

Ovviamente, quello è un romanzo: una proposta, (non sempre onesta). Il gioco non è inteso solo come divertimento, il gioco è soprattutto un invito alla complicità, a partecipare, a leggere costruendo il senso e non solo accettando ciò che l’autore ci offre. A volte credo che ogni lettura creativa e vera deve necessariamente essere una “misreading”, una lettura interessata che fraintende, una lettura che sospetta.

C’è un bellissimo passo, nel suo libro, in cui si dice che l’autore di ogni romanzo si nasconde tra le pagine, e spetta al lettore scovarlo in qualche modo, dargli un senso. Il potere della scrittura sta proprio in questo concetto? Il libro è ancora uno specchio per autore e lettore?

In qualche modo, la pagina è come un vetro: da un lato c’è l’autore, dall’altro il lettore. Il vetro non è trasparente, vediamo solo sagome nell’altro lato, ombre, bozze confuse, forme in movimento. Il lettore inventa l’autore, del quale vede solo il contorno; e l’autore inventa allo stesso modo il lettore. Durante il processo, i due imparano qualcosa su se stessi, perché, come nell’autobus, non è chiaro chi sta dentro e chi sta fuori, da quale lato del vetro sta ognuno, in quale direzione si esce o si entra.

Quello che non c’è scritto è un libro a due facce, un ‘gioco del doppio’, del nascosto. Davvero in ognuno di noi esiste una parte buia? E come possiamo farla venire a galla?

Io spero di si, perché devi essere veramente poco e aver vissuto davvero poco per non avere neanche uno spigolo, un angolo buio. Non so se dobbiamo farlo uscire alla luce; credo che basti cartografarlo o metterlo su una mappa, o almeno indovinarlo, per tenerlo sotto controllo. Attraverso quello che qualcuno ci racconta, tentiamo di conoscere ciò che tace, ciò che non ci sta dicendo. Allo stesso modo, attraverso la persona visibile che siamo, possiamo indovinare l’ombra di quell’altra persona oscura che potremmo essere. Bisogna andare d’accordo e riconciliarsi con quell’estraneo che portiamo dentro.

E lei, scrivendo questo racconto sul filo dell’equilibrio, che cosa ha scoperto di se stesso?

Ah ah ah… quello è un segreto professionale! Ho imparato a diffidare di me stesso e mi sembra un insegnamento importante. Non siamo mai quello che crediamo, piuttosto siamo come un caleidoscopio: ogni volta che un’altra persona gira il tubo, formiamo una figura diversa (benché formata con le stesse pietre brillanti e colorate). Cosicché ho imparato a fidarmi degli altri, affinché girino il caleidoscopio che sono e mi moltiplichino, mi facciano essere tutti gli uomini che ancora non sono stato.

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diDonato Bevilacqua

Proprietario e Direttore editoriale de La Bottega di Hamlin, lettore per passione e per scelta. Dopo una Laurea in Comunicazione Multimediale e un Master in Progettazione ed Organizzazione di eventi culturali, negli ultimi anni ho collaborato con importanti società di informazione e promozione del territorio. Mi occupo di redazione, contenuti e progettazione per Enti, Associazioni ed Organizzazioni, e svolgo attività di Content Manager.