Quello che di certo non manca a Mia madre è un fiume, esordio letterario di Donatella Di Pietrantonio, è la personalità. Raccontare di una malattia non è mai facile, e se a questo ingrediente si aggiungono un rapporto difficile con un proprio genitore, uno stile narrativo denso e pregnante e il ritratto di un’Italia contadina di tanto tempo fa, il risultato non lascia l’amaro in bocca.
L’autrice sceglie di unire la narrazione degli eventi alla poesia, descrivendo un amore complesso tra madre e figlia. Dagli anni della guerra fino ai nostri giorni, traspare la potenza e la vitalità di una storia che sembrava esplodere nell’animo della Di Pietrantonio. L’esigenza di raccontare, però, non le fa perdere la lucidità di ricordare, di parlare chiaramente e direttamente al lettore. Quando Esperia inizia a perdere la memoria, è il momento per la figlia di prendersi cura di quest’essere fragile, “sconosciuto” e antichissimo al tempo stesso. Giorno dopo giorno si tratta di ricostruire un’identità nuova, e per la figlia far tornare a galla pensieri e ricordi legati ad un passato dolce e crudele, ad una piccola comunità montana di un Abruzzo a volte leggero e a volte cupo, che traspare veemente nelle pagine del libro.
La vita di Esperia e di sua figlia si intreccia con il mito della campagna, di antiche tradizioni, degli affetti indimostrabili, dell’analfabetismo, della condizione della donna. Mentre la storia fa il suo corso, mutano anche i sentimenti tra madre e figlia: amore, odio, nostalgia, rifiuto. Il romanzo è un gioco del dare e dell’avere, in cui la malattia si inserisce terribile, quotidiana. Sembra portar via anche quell’Italia antica, e mentre scrive la Di Pietrantonio ci fa partecipi dei suoi spazi segreti, quasi che la scrittura diventi un mezzo per ritrovare una sorta di legame con la parte più viscerale di se stessa.
Quando non ci saranno più neanche i ricordi, che senso avrà ancora raccontare, guardare avanti ed indietro, eliminare barriere? L’autrice, quasi per vincere queste incertezze, fonde la madre alla natura, ai suoi elementi, al suo scorrere perenne. Esperia è così un fiume, un albero, una farfalla, fino a diventare musica. La narrazione che si stratifica, lo sguardo profondo con cui l’autrice segue l’avanzare dei cambiamenti e l’inesorabilità delle perdite, scoprono il valore di una sottile nostalgia per ciò che è stato e per ciò che sarà. Di questo filo subdolo che tiene unite le due protagoniste, ci vengono mostrate senza paura cause, motivi, pretesti.
Mia madre è un fiume è un romanzo che apre molte porte mentre se ne chiudono delle altre, ma che schiude le sue pagine all’estremo valore della narrazione, del racconto e del ricordo. Solo con la memoria, a volte, si può vincere il nulla.




