The Baptist Generals – Jackleg devotional to the heart

Jackleg devotional to the heart è un disco d’amore; anzi, è un disco sul cuore. Niente a che vedere con le svenevolezze preconfezionate di San Valentino, tutt’altro: il senso del sentimento che evoca sin dal titolo è complesso, profondo, investe persino una dimensione metatestuale.

I Baptist Generals, capeggiati dal songwriter Chris Flemmons, mancava all’appello da dieci anni: nel 2003 era infatti uscito l’ottimo No silver/no gold. Poi, il buio. Le canzoni di Jackleg devotional to the heart esistevano da parecchio: una prima stesura dell’album risale al 2005, ma era finita nel cestino della carta straccia quando Flemmons si era reso conto che quello che aveva fatto era semplicemente un disco indie come tanti altri in circolazione. Le canzoni prendevano aria occasionalmente in qualche show, ma in generale sembrava che Flemmons non riuscisse a trovare il bandolo della matassa. Quando i suoi The Baptist Generals hanno preso il controllo della situazione, le cose hanno cominciato finalmente a marciare nella giusta direzione: la band (tutti veterani della scena alternative folk), sotto la direzione dei produttori Stuart Sikes e Jason Reimer, sono riusciti a portare a termine le registrazioni, a partire proprio da alcuni demo di Flemmons ma con il songwriter fuori dallo studio.

Un atto di fiducia, insomma, per uno fissato con il controllo del processo creativo, propedeutico ad una riconciliazione con la propria scrittura. Jackleg devotional to the heart è un disco che ricuce strappi profondi, personali: molte tracce, infatti, nascono dal ricordo di relazioni andate a male. Come in Dog that bit you, ad esempio: “After this bad accident / I wanna follow your scent / but you won’t answer my call” canta Flemmons, su un country-rock stile Crazy Horse.

Il filo conduttore dei pezzi, musicalmente, è rappresentato dagli anni ’70 psichedelici: Jackleg devotional to the heart si muove con intelligenza e gusto tra meditazioni raccolte (Clitorpus Christi) e passaggi più visionari, con pattern ripetitivi e riverberi acquosi (Tunrunders and overpasses) ed orchestrazioni eleganti (My o my) anche se talvolta eccessive (Oblivion overture). Gli highlight sono Broken glass e Snow on the FM, due ballate dolenti, da artigiano consumato in grado di spezzare con estrema facilità il cuore.

Ed eccola, di nuovo, questa parola magica. Jackleg devotional to the heart è un disco fatto proprio con quel muscolo fondamentale, un lavoro carico di malinconia e slanci sgrammaticati ma genuini, profondamente umano e dunque prezioso.

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