Parlare di un libro come Apnea non è un’impresa facile. Così come non è facile accostarsi al suo protagonista e alla sua esperienza. Ci sono cose, in questa storia, che forse nessuno mai comprenderà fino in fondo, ci sono percorsi di morte e rinascita, e un’idea di cambiamento che toglie il fiato, quasi come annegare.
L’apnea di Lorenzo Amurri inizia nel momento in cui la sua faccia si trova sotto la neve. Il momento spensierato della sciata con la fidanzata Johanna è ormai lontano. Una corsa in elicottero all’ospedale e un’operazione di nove ore alla colonna vertebrale, prima della diagnosi finale: dai capezzoli in giù perdita completa dei movimenti e della sensibilità. Comincia a fare i conti con le parole Lorenzo, ora è tetraplegico, e per mesi e mesi il suo mondo è la stanza di una clinica svizzera, dove si rimodellano i rapporti personali, nascono amicizie nuove, si accarezzano i ricordi di persone che non ci sono più e si cerca di capire cosa sarà di chi compone quella che chiamano famiglia. In questa clinica Lorenzo ricomincia da zero, impara ad usare le mani, l’unica cosa che ora conti davvero. Le mani servono per ricominciare a suonare (perché la musica è tutta la sua vita), per sentire il mondo intorno, per riprendere chi, come le persone amate, non c’è più o se ne sta andando.
Apnea è un percorso fatto di progressi e fallimenti, una continua ricerca di soluzioni estreme che possano annullare quella distanza incolmabile tra il corpo e la voce. Una volta attraversata la condizione di “sopravvissuto”, inizia il ritorno alla vita, il reinserimento in un mondo irriconoscibile, in cui tutti sono diventati giganti minacciosi, ombre pesantissime. I dubbi di Lorenzo diventano tutte le proiezioni di se stesso lontano dal dolore, si materializzano in solitudini che ogni malato porta con sé e che, spesso, il lettore non arriva a comprendere. Fantasie e paure si rincorrono in questo diario che l’autore ha il coraggio di scrivere, vomitando letteralmente in faccia a chi legge la convinzione che la libertà di pensiero è libertà di movimento.
Quando si è di fronte a storie come queste, non va mai dimenticato che la malattia è uno spazio assai intimo e privato, in cui l’egoismo oscura gli occhi, e il vento della vita non soffia più: senza una rotta precisa si naviga a vista, nell’anima non è previsto il sereno ma solo pioggia. Così anche Lorenzo ha camuffato per tanto tempo la sua tristezza in serenità, e anche grazie a questo libro ha abbattuto i muri del silenzio, ha cominciato a risalire dalla sua apnea, regalandoci una semplice scintilla che illumina il buio, e che fa ricominciare a respirare.




