Alicia Kozameh – Passi sotto l’acqua

Si può raccontare l’orrore? Possono le parole, attraverso il loro uso “figurativo”, raccontare la tragedia di migliaia di persone incarcerate, malmenate, stuprate, torturate, umiliate, di altrettante uccise e fatte sparire nel nulla, e di altrettante ancora rese folli da questa assenza? Probabilmente no. E allora non resta che usarle, le parole (perché usarle si deve, sempre), per rappresentare lo scarto allucinatorio tra cronaca e buon senso, tra ciò che di terribile è accaduto e lo sgomento di chi non c’era e “mai avrebbe immaginato che”. Alicia Kozameh, come tiene lei stessa a precisare nella prefazione di Passi sotto l’acqua, c’era, era lì: arrestata il 24 settembre del 1975, negli anni bui della dittatura militare argentina, Alicia passò trentasei mesi senza vedere la luce del sole. Non che le cose siano andate meglio una volta fuori: le minacce e l’ostilità dei suoi aguzzini, ancora in circolazione malgrado la democratizzazione, la spinsero ad un esilio volontario durato anni.

Come rileva correttamente Emilia Perassi nella postfazione, il tratto saliente di Passi sotto l’acqua è l’attenzione della scrittura alla dimensione della corporeità: la Kozameh accumula dettagli fisici minuziosi, apparentemente insignificanti, in realtà fondamentali. I personaggi (Sara, alter ego dell’autrice, e le ex compagne di prigionia) si muovono in un universo angosciato ed oppresso alla ricerca dell’antico equilibrio con il mondo, di quella padronanza di sé che l’esperienza traumatica a Villa Devoto (il carcere “perbene” della dittatura) sembra aver irrimediabilmente falsato. Sara agisce e racconta, e si guarda agire e si sente raccontare: la Kozameh oscilla tra focalizzazione interna ed esterna, tra io e “lei”; e questo dualismo, questa scissione, trova il suo fuoco definitivo nel “noi”, il pronome che sottintende a tutta la narrazione. Nel cogliere la vita di Sara, Elsa, Adriana, Cristina e delle altre, la Kozameh fa emergere un senso di unità profonda – di amore ed anche oltre, un legame profondissimo che salda indissolubilmente questi destini cui un pugno di folli ha negato le gioie e gli affetti di una vita normale.

Parimenti forte è la dimensione della narrazione, appunto, con la parola scritta (Sara tiene un diario e prende appunti costantemente) che recupera un po’ di senso ad un’esperienza altrimenti insensata. Passi sotto l’acqua è un libro forte e coraggioso, fragile e vivo, dalla struttura tormentata e dalla prosa originale. Le parole forse non riescono a rendere appieno l’orrore, ma certo aiutano a sopravvivergli.

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