Neil Young – Il sogno di un hippie

Un Neil Young che si racconta, ma nel presente e con sguardo rivolto al futuro: è Il sogno di un hippie, prima autobiografia del musicista canadese, edita in Italia da Feltrinelli. Bando alla nostalgia e alla (inevitabile) dimensione memoriale, in queste pagine emerge il ritratto di un uomo tutto teso a “sognare” il futuro. Che futuro? Uno fatto di energie pulite e rinnovabili, libero da combustibili fossili, e in cui la musica, pur nelle forme e nei modi del digitale, venga ascoltata ad una qualità dignitosa. I progetti in questione, che vedono impegnato Neil in prima fila, con cuore e portafogli per così dire, sono Lincvolt, un prototipo di auto elettrica, e PureTone, un sistema di codifica/riproduzione di file audio in alta definizione. Il denominatore comune è quello (hippie, appunto) dell’equilibrio, del rispetto, sia verso l’esterno (l’ambiente, la musica) che verso se stessi, incanalato nella storica militanza pacifista. Ed è proprio questo «fiume d’amore», come lo chiama lui, ad averne segnato l’esistenza negli ultimi anni: Young, oggi, è un uomo sobrio (ha detto stop a droga e alcool), un marito felice e un padre amorevole.

La dimensione familiare è ovviamente presente nelle pagine de Il sogno di un hippie: il songwriter canadese, infatti, racconta di Pegi Morton, l’attuale e seconda moglie, e dei suoi due ragazzi, Zeke (nato dal precedente legame con Susan Acevedo) e Ben, entrambi afflitti da una forma di paralisi cerebrale. Ma c’è, ovviamente, altro. Lungo le 448 pagine del libro, Neil si racconta a tutto tondo, mescolando, come in una delle sue vibranti jam, fatti e piani temporali. La passione per i trenini elettrici (di cui ha una collezione quasi museale), le auto e le chitarre (la mitica “Old Black”), il legame di sangue con Stephen Stills («è un fratello»), l’importanza di Bob Dylan, il «vecchio amico Bruce» e quelli portati via dagli stravizi (l’altro “fratello” David Briggs, Danny Whitten, Jack Nietzsche): c’è molta aneddotica, ma gustosa, trattata con rispetto (eccola di nuovo, questa parola), non calibrata per lettori avidi di curiosità ma snocciolata per il piacere della riflessione, della condivisione. E pazienza se, in certi suoi slanci, Young suoni un po’ «troppo cosmico»: «Non dubitare della mia sincerità, perché è quella che ci ha condotto qui insieme», ammonisce.

Ciò non toglie che l’impressione che trapeli qua e là è che il vecchio Neil sia meglio come autore di canzoni che come scrittore, ma tant’è. Il senso profondo di quest’operazione è tracciare un bilancio che sia, però, punto di partenza per nuove avventure, in groppa a quel “cavallo pazzo” che, a giudicare dall’ultimo LP, Psychedelic pill, di fiato ne ha ancora tanto.

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