Gioventù cannibale. Pigra, involuta, cinica, ottusa – proprio come il mondo fuori, fatto di consumismo ostentato, vorticoso, di pubblicità assordante, di immagini e suoni che bombardano il quotidiano, mescolano alto e basso, kitsch e filosofia, appiattendo tutto sulle frequenze di un assordante rumore. Niccolò Ammaniti, più dei vari Tiziano Scarpa e Aldo Nove, felicemente battezzati da una celebre antologia Einaudi, è il cantore e l’emblema del vuoto pneumatico di una civiltà che lo schermo tv e la cronaca sadica hanno desensibilizzato al sangue, al dolore, alla violenza. Al tempo stesso vittima e carnefice, la prosa veloce e crudele dell’autore romano (di cui Fango può considerarsi il primo “classico”) fagocita suggestioni lontanissime (splatter e commedia all’italiana, thriller e racconto umorista, grottesco e suspense), elaborando in chiave cinematica ed ironica l’horror vacui persino di una letteratura che non conosce altro modo per rappresentare l’atrocità se non distanziandosene in chiave mimetica.
Fango, insomma, come brodaglia primordiale in cui confluiscono stereotipi e feticci della civiltà dei consumi (in primis quello di un sesso “pornografico”) e della letteratura, cuciti assieme in forma di racconti che hanno nel senso del ritmo e nella lucidità della scrittura il loro punto di forza. Rispetto, il “cuore di tenebra” del libro, il suo centro di gravità immorale, è la cattiva coscienza di una notte da predatori, con un io narrante “collettivo” che stupra, spacca, impala e nel mentre, compiaciuto, racconta: le parole, la densità del loro insieme, suggeriscono una vertigine disturbante. La violenza è disumana, nel senso di spettacolare, cartoonesca: L’ultimo capodanno dell’umanità, che orchestra una partitura di fedifraghi, pervertiti, tossici, alcolizzati, ladri, gigolò, aspiranti suicidi, la trasforma in un brillante fuoco d’artificio, con un humor disarmante. L’antro di follia di Ti sogno, con terrore offre forse lo squarcio più convenzionale (troppo “americano”), anche se la laconicità del finale convince. Meglio fanno Lo zoologo (che sbeffeggia il mondo accademico mettendo in scena uno studente-zombie che fa carriera e diventa un eminente biologo), i gangster da fumetto di Fango (vivere e morire al Prenestino) e Carta e ferro, che chiude la “Totentanz” ammanitiana fra arti artificiali, insetti e anziane signore che si nutrono di carta e inchiostro.
Il secondo libro di Ammaniti segna, insomma, uno dei picchi della scena “pulp” italiana, tratteggiando un affresco caotico e multiforme di solitudine e squallore con implacabile leggerezza e cinico spasso. Ah, questi “cannibali”…




