Rachel Zeffira: c’era lei assieme a Faris Badwan in quei Cat’s Eyes che l’anno scorso pubblicarono, a mo’ di debutto, un omonimo e grazioso esercizio di pop vintage. Smarcatasi dall’ombroso frontman degli Horrors, la polistrumentista canadese (ma di chiare origini italiane) licenzia ora il suo primo disco, The deserters, dai colori decisamente più invernali: meno Phil Spector e “girl group” anni ’60, e più Enya, Kate Bush e John Cale. Registrate con l’ausilio dei Toy e della drummer degli S.C.U.M., Melissa Rigby, quelle della Zeffira sono dieci ballate intrise di umori gotico-romantici, tra pianoforti argentini, archi suadenti, un pizzico d’elettronica e vocals in punta di piedi. La ricetta, evidentemente, non è nuovissima, ma dalla sua la songwriter ha non sono una notevole abilità compositiva, frutto di una padronanza non comune della grammatica musicale, quanto piuttosto la capacità di modulare le proprie inquietudini dicembrine declinando in maniera personale il concetto di pathos. Tutto The deserters, infatti, è come cristallizzato in una sottile lastra di ghiaccio: non è, però, algido, solo composto, quasi pudico, perfettamente in equilibrio tra rigore ed empatia.
Il pianoforte è il protagonista. Debussyano, sospinge la delicata nenia di Silver city days, culla come in una ninna nanna To here knows when (cover dei My Bloody Valentine), arricchisce di suggestioni cinematiche à la Nyman la title-track. Altrove, invece (Waiting for Sylvia, Here on it), è un mix di picking chitarristici (di chiara matrice folk) e archi a fare da impalcatura alle melodie, eteree, misteriche, pervase da un senso di pace sovrannaturale. Il tono, prevalentemente elegiaco, comporta che le percussioni siano centellinate con cura. Anche quando compaiono a movimentare la scena, però, l’impressione non cambia: Here on it e Break the spell, ad esempio, non hanno nulla a che vedere con l’urgenza materica del rock, vivono nel loro mondo di sogno, irraggiungibili ma non altere. Front door e Goodbye divine si collocano ai due poli opposti del disco: la prima essenziale e dolcissima, la seconda solenne e grandiosa, con l’organo da chiesa alla testa di una lenta processione carica di magia. La separazione, in realtà, è solo formale: la loro sostanza è comune, ed è quella di cui sono fatti i sogni.
La Zeffira, insomma, ha confezionato un lavoro di gran classe, percorso da un lirismo sofisticato ma non snob. Facile prevedere che di questa ragazza sentiremo ancora parlare.
