Che fare quando un medico ti dice che un cancro ti sta divorando i polmoni? Combatterlo, anche se le speranze di vincere sono poche, o lasciarsi morire? Marco Donati opta per la seconda: sempre meglio «che affidarsi a gente incompetente che prolunga inutilmente le pene», dice. Smette così di lavorare e, trasformato il suo ex negozio di pesci in un alloggio provvisorio, trascorre i giorni (meglio: le notti) ubriacandosi in giro per i locali di Roma. Una ragazza ce l’ha, ma non è che ne sia proprio innamorato. Marco non le ha detto nulla: aspetta la fine da solo. Poi, un giorno, arriva una lettera. Dall’India. Una certa Margaret Damien gli chiede di andare da lei per «costruire l’acquario più grande di Delhi». Allettato da quella che potrebbe essere l’ultima sfida che la vita gli offre, Marco molla tutto e parte.
Comincia così l’immersione in un mondo fantastico, tra fogne e castelli arroccati su strapiombi, suonatrici belghe di fisarmoniche, chirurghi senza scrupoli e ricchi pornografi con peni metallici. Con Branchie, Niccolò Ammaniti fissa i contorni di un mondo di sogno, un universo colorato che “cannibalizza”, sotto le insegne dell’ironia pulp, musica, cinema, fumetto, letteratura e linguaggio pubblicitario. Un groviglio di citazioni disparate puntella il racconto delle strampalate avventure di Marco, alle prese con una misteriosa banda di arancioni che, dietro l’ordine dello scienziato pazzo Subotnik, vuole rapirlo per costringerlo ad un trapianto di polmoni.
Ambientato in un’India irriconoscibile, iperreale, in cui si pasteggia a bucatini e cornetti con marmellata di visciole e si incontrano pittoreschi sardi spurgatori di fogne, l’esordio di Ammaniti è il manifesto di una letteratura mutante. Come il protagonista sul finale, anche il romanzesco si trasforma e si dota di “branchie”, necessarie per nuotare nel colossale acquario deformante della cultura “pop”, in cui galleggiano assieme Tarantino, Bradbury, Bret Easton Ellis, Walt Disney, lo splatterpunk, i Bee Gees, Philip Glass e Cocciante.
Veloce, secca, crudele, la narrazione di Ammaniti fa man bassa di cliché e situazioni stereotipate, di fantasie erotiche e sogni sanguinolenti; lavora sul corpo, lo smembra, lo spezzetta, lo penetra, lo salda al metallo e alla vita anfibia, lo trasforma radicalmente. Si muove leggera e divertita, insensibile al dolore ma anche incapace di provare emozione, un po’ prodotto e un po’ testimonianza di un mondo freddo, cinico, in cui il virtuale ha anestetizzato il reale. Brillante – a patto che non gli si chiedano verità e rivoluzioni.




