Julian Barnes – Il senso di una fine

Come affrontare in poche battute questo capolavoro, Man Booker Prize 2011, Il senso di una fine? Il titolo, a mo’ di omaggio, riprende quello che il critico inglese Frank Kermode, più di quaranta anni fa, dava a un proprio libro dedicato alla teoria del romanzo e che funge per Julian Barnes da pretesto per una riflessione pervasiva sulla letteratura come «storia della ricezione», direbbe H. G. Gadamer, nume tutelare di Kermode. Su questo presupposto poggia tutta la suspense del libro, che spinge il lettore, attraverso la voce del protagonista ed io narrante Tony Webster, a ragionare sul valore che l’individuo è solito conferire alle interpretazioni del passato per accordare un senso al presente, così che da una questione letteraria si approda ad una di carattere squisitamente esistenziale.

Tony, sessantacinquenne prototipo dell’uomo medio, si ritrova spesso a citare versi di Philip Larkin (senza mai nominarlo lo chiama «il poeta», autore della celebre quartina nichilista: «L’uomo passa all’uomo la pena, / che si fa sempre più profonda come una piega costiera, / togliti dai piedi, dunque, prima che puoi, / e non avere bambini tuoi»), perché un senso di larkiniana tragedia incombe su di lui mentre ripercorre a ritroso la sua esistenza. Fra i pochi personaggi del libro spiccano Veronica, ovvero la donna amata ai tempi dell’università, e Adrian, l’amico geniale che si toglie la vita. Cosicché sul gesto si arrovellano gli interrogativi del protagonista, anche in virtù di un insolito lascito testamentario che egli riceve da parte della madre di Veronica e che contempla, tra l’altro, il diario di Adrian, bruciato però da Veronica senza un apparente perché. Nell’andamento da thriller, in cui serpeggia l’inquietudine di un’apocalisse in perenne imminenza, si alternano le citazioni di Enrico VIII, T. S. Elliot, Ted Hughes, accomunate da una congiunzione di Eros e Thanatos priva di ebbrezza, in un funesto abbraccio del primo elemento, represso dalla pruderie, col secondo, sempre presente in vita.

Ne Il senso di una fine è tutto un sorvegliatissimo sentenziare sul modificarsi dei ricordi, sui meccanismi del tempo interiore, sulle beffe, le disillusioni e i fallimenti di una vita; e lo si fa attraverso l’eleganza encomiabile di chi scrive tenendosi su di un equilibrio perfetto fra frivolezza e gravità. Le parole d’ordine della vicenda sono la stagnazione, il prezzo del sangue, il tempo inquieto, il danno, ma soprattutto la delusione: quella di Tony di fronte a un senso che si nega nello svolgimento prima che nella fine.