Miriam Toews

Miriam Toews: intervista all’autrice di Mi chiamo Irma Voth

Miriam Toews è una vera e propria rivelazione della narrativa canadese degli ultimi anni. Il 6 settembre di quest’anno è uscito in libreria, edito da Marcos y Marcos, Mi chiamo Irma Voth, romanzo che racconta la storia di una ragazza coraggiosa, appartenente a una comunità mennonita. Il personaggio ha molto in comune con l’autrice, non solo apprezzata scrittrice, ma anche appassionata di cinema, tanto da prendere parte nel 2007 alla pellicola Luz silenciosa, del regista messicano Carlos Reygadas. Noi de «La bottega di Hamlin» l’abbiamo intervistata, ed ecco cosa ci ha raccontato…

Parliamo un po’ di Irma Voth and Nomi Nickel, la protagonista del tuo precedente romanzo Un complicato atto d’amore. Due figure oppresse, che tentano una via di fuga dalla loro realtà, quella mennonita. So che anche tu discendi da una famiglia mennonita, quindi possiamo definire questi due personaggi in qualche modo autobiografici? Miriam Toews assomiglia di più a Irma o Nomi?

Sì, i personaggi sono in una certa misura autobiografici, ma direi che io sono più simile a Nomi, piuttosto che a Irma. Sono cresciuta in una comunità mennonita conservatrice del Canada, come Nomi in Un complicato atto d’amore. Irma, invece, ha vissuto la maggior parte della sua vita in una colonia mennonita del Vecchio Ordine, nel nord del Messico, avendo a che fare con una esperienza di oppressione molto più estrema rispetto a quella di Nomi.

Qual è il tuo rapporto con le tue origini? La descrizione della comunità mennonita risponde all’esigenza di criticare certi usi e costumi o di farli conoscere in modo più approfondito?

Nessuna delle due, in realtà. Mi concentro sui i miei personaggi e le loro vite, scrivo su argomenti che conosco e di cui ho esperienza. Non ho mai scritto per criticare le tradizioni mennonite o per informare i lettori sull’argomento. Semplicemente, quello è il mondo da cui provengo e, quindi, quello su cui qualche volta scrivo. È vero, la mia posizione è critica nei confronti del fondamentalismo, della cultura del controllo e dell’ipocrisia di cui sono pervase questi tipi di comunità. Non sono però critica nei confronti del credo mennonita in sé o dei mennoniti.

In Mi chiamo Irma Voth, il padre della ragazza ricopre un ruolo fondamentale: egli è il detentore delle tradizioni della comunità. Qualche anno fa, hai parlato di tuo padre in Swing low: a life [2000, inedito in Italia, N.d.R.]. Qual è l’importanza della figura paterna nel processo di emancipazione di Irma? E nel tuo? Questo particolare rapporto padre-figlia è una questione solo mennonita o è un argomento molto più vasto?

Sono certa che delle criticità nei rapporti padre/figlia siano presenti in molte culture, specialmente in quelle patriarcali, soprattutto se si ha a che fare con un padre rigido ed una figlia ostinata ed amante della libertà. Mio padre non aveva nulla a che fare con Julius Voth, il padre di Irma Voth. Mio padre era religioso ma non burbero e dispotico. Il padre di Irma rappresenta un mondo passato dal quale Irma ha bisogno di scappare completamente. Non c’è una via di mezzo per Irma e, per trovare se stessa, è obbligata lasciare la propria casa e tutto ciò che le è familiare.

La “normalità” si configura come la possibilità di decidere in autonomia, di vivere nella moderna società praticando anche le attività più semplici. La “normalità” è un obbiettivo fondamentale per Irma. Lei e Nomi sono due personaggi che fuggono da un mondo a cui sentono di non appartenere. Il vagabondare della protagonista di In fuga con la zia può essere letto nello stesso modo?

In un certo senso, sì. Hattie, la protagonista in In fuga con la zia, sta scappando dalla sua vita a Parigi, ma il suo viaggio è anche motivato dal bisogno di trovare il padre del bambino di sua sorella. Hattie non cerca la libertà, come Nomi e Irma, ma la pace e la tranquillità. Ma è vero, si potrebbe dire che ognuno dei tre personaggi abbandona un mondo alla ricerca di un altro, non sapendo esattamente cosa troverà una volta arrivata a destinazione.

So che sei un’appassionata di cinema e che hai partecipato nel 2007 a Luz silenciosa del regista messicano Carlos Reygadas. Anche in Mi chiamo Irma Voth il cinema ha un ruolo importante. Hai mai pensato di scrivere sceneggiature?

Sì! Ho collaborato alla scrittura di una sceneggiatura, un adattamento di In fuga con la zia, e sono sempre stata stimolata dalla possibilità di scrivere una sceneggiatura originale. Vedremo. Penso, ad ogni modo, di preferire la scrittura di romanzi. C’è più libertà nella stesura di un romanzo, si ha il controllo assoluto sullo svolgimento della storia. Scrivere una sceneggiatura è stato comunque divertente.

Per concludere, quali sono le tue letture preferite? Qualche autore in particolare?

Leggo di tutto. Mentre scrivo un romanzo preferisco leggere poesie, saggi e biografie di autori. Non vedo l’ora di leggere le Letters di Kurt Vonnegut [inedite in Italia, N.d.R.]. Quando, invece, non scrivo un romanzo mi piace leggerli. Aspetto con ansia di leggere il nuovo libro di Louise Erdrich [autrice USA pubblicata in Italia da Feltrinelli, N.d.R.].

(si ringrazia Valerio Bordonaro per il contributo)