Per uno di quegli agghiaccianti paradossi di cui è piena la storia della letteratura, il nome di Guido Morselli ha cominciato a circolare nelle librerie solo dopo la morte dell’autore. Una morte, per altro, nient’affatto naturale e legata a ragioni “artistiche”: lo scrittore bolognese si è suicidato nel 1973 proprio a causa dei continui rifiuti che le case editrici opponevano alle sue opere. L’ultimo frutto della sua brillante e “silenziosa” produzione è questo Dissipatio H.G. (pubblicato per la prima volta dalla Adelphi nel 1977 ed ora meritoriamente ristampato), e non può essere certo un caso. Impossibile, infatti, non scorgere nella vicenda di questo “ultimo uomo”, che si trova improvvisamente a vagare per un mondo vuoto, il dramma esistenziale di un autore rimasto, in vita, voce inaudita. Tanto più che “il testimone”, che riempie le pagine con i suoi monologhi, è un aspirante suicida: la notte dell’“evento” (la “dissipatio” del genere umano) si trova in una grotta, desideroso di porre fine ai suoi giorni annegandosi in un laghetto. Qualcosa, però, gli fa cambiare idea, e il mattino dopo, per la conca di Widmad o nella vicina città di Crisopoli, non s’ode anima viva, nulla che non sia il verso di qualche animale o il ronzio di un motore ancora in funzione. Uno scenario apocalittico, figlio del filone distopico, di cui Morselli si serve per imbastire una riflessione sulla presenza dell’uomo nel mondo e nella Storia. E l’uomo è, neanche a dirlo, il Male: la condanna dell’anonimo narratore riguarda non tanto il “torto” di aver proseguito la Storia, quanto piuttosto la responsabilità dell’«imbruttimento del mondo». Scomparso «il grande nemico», però, è scomparsa anche la Storia; o, per meglio dire, alla «cronaca esterna» si è sostituita quella interna, in una convergenza tra storia dell’umanità e storia interiore.
«L’uomo secerne disastro», scriveva Cioran nei suoi Sillogismi dell’amarezza (1952, guarda caso sempre Adelphi). E sulla stessa linea dimostra di collocarsi il protagonista quando spiega la propria “fobantropia”: «ho paura dell’uomo, come dei topi e delle zanzare, per il danno e il fastidio di cui è produttore inesausto». “Parentesizzare” l’esistenza altrui è sempre stato, per il narratore, il gioco preferito. Un’irriducibile vena solipsistica anima lo sguardo di questo «ex uomo», e il dissolvimento offre il pretesto per la rappresentazione di un io solitario, nel quale, dicevamo, inevitabilmente si specchia la vicenda personale dell’autore, ma anche la più ampia condizione dell’individuo postmoderno, intrappolato in un eterno presente e disancorato da sistemi di relazioni e significati. Ovviamente la scomparsa del genere umano (a proposito, il titolo deriva da un antico scritto del neoplatonico Giambico) non comporta la fine del mondo. Anzi, la Terra non è mai stata così viva come dopo l’“evento”: il rifiuto dell’antropocentrismo è dunque totale. La città di Crisopoli (modellata su Zurigo) è «archeologia»: sopravvive come enorme cimitero di manufatti, tracce dell’esistenza dei suoi abitanti rimaste lì, a imperitura memoria (ma per chi?). Tempio del capitalismo, Crisopoli, ormai defunta, ne celebra in qualche modo la vuota inconsistenza quando il narratore erige un cenotafio con macchine, televisori, bottiglie e quant’altro.
Nel corso del racconto, l’ironia e l’euforia inquiete delle prime fasi cedono lentamente il posto all’angoscia metafisica: la comparsa di una sorta di fantasma, vecchia conoscenza del “testimone”, accresce il mistero intorno alla dissoluzione della specie. Che rimarrà un fatto inspiegato, così come, per contro, rimarranno oscure le cause per cui proprio il protagonista è riuscito a scampare al destino “humani generis”. L’astrattezza del tessuto narrativo, la sua inconsistenza fantasmatica, si sposa nel finale ad una quieta disperazione, in un clima d’attesa per «questa strana eternità» che si dispiega sotto gli occhi del protagonista, a cui un inintelligibile volontà superiore ha sottratto ogni futuro.




