Zoran Zivkovi Sei biblioteche

Zoran Zivkovic – Sei biblioteche

Lo scrittore serbo Zoran Živković non ha paura delle sfide. Lo si capisce leggendo Sei biblioteche, una raccolta di sei «storie impossibili», scritta nel 2002 e appena pubblicata in Italia dalla TEA. Sono necessarie un paio di premesse. Prima di tutto bisogna considerare che la biblioteca, da sempre luogo simbolo della conoscenza, nel corso del Novecento, attraverso l’uso che scrittori come Borges, Cortázar, Eco ne hanno fatto, ha acquisito nell’immaginario collettivo una dimensione labirintica, in accordo con la nuova concezione del mondo, sempre più ambiguo, inquietante e misterioso, di cui gli scrittori si facevano portavoci. In secondo luogo scrivere un racconto è come creare un meccanismo complicato in cui se anche una piccola parte non funziona è il tutto a risentirne; ogni parola deve essere pensata per creare una rete di frasi che sappiano tenere stretta l’attenzione del lettore, nessuna caduta di tono può essere giustificata in venti pagine. Perciò quella di fare del tema della biblioteca la base di sei storie fantastiche, scritte sottoforma di racconti, rischiando di risultare banale, ripetitivo o pedissequo imitatore dei grandi maestri del passato, è stata una scelta coraggiosa. Il dubbio che rimane dopo la lettura del libro è se effettivamente lo scrittore sia riuscito o meno a creare un’opera che possa reggersi da sola.

Ogni racconto presenta lo stesso schema: un Io narrante che si trova improvvisamente a contatto con uno o più libri che lo costringeranno sia ad ampliare la concezione stessa di biblioteca, avvicinandola a quella di un intricato labirinto in espansione, di cui non è possibile trovare né un’uscita né una fine, sia a rivalutare il confine che separa reale e fantastico, possibile e impossibile. Se alcuni punti rischiano di chiudersi in facili clichè tematici, lo scrittore si dimostra magistrale nella costruzione di ogni racconto, soprattutto nell’inserimento dell’elemento fantastico, rispettando quanto sosteneva Cortázar: «il fantastico esige uno sviluppo temporale ordinario». Il merito da riconoscere alla scrittura chiara e lineare di Živković è perciò proprio quello di aver reso possibile l’inserimento dell’eccezionale all’interno dell’ordinario senza forzature. Un fatto improbabile o uno strano incontro causano nella ripetitiva quotidianità un’alterazione; si manifesta così la componente fantastica, che rivela però velocemente il suo essere regola all’interno della struttura reale. Živković assolve al compito della letteratura, che è quello di inquietare, di insinuare i dubbi, presentando una realtà ambigua, il senso della quale deve essere trovato dal lettore. Lettore che si sente tirato in causa dalle tematiche e dagli interrogativi (sul valore dei libri, della lettura, del rapporto tra autore e opera) di cui ogni aneddoto brevemente raccontato si fa portatore, senza venirne però effettivamente travolto.

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