Saverio Costanzo – La solitudine dei numeri primi

Le ferite dell’infanzia non guariscono mai, segnano tutta una vita, la condizionano. La spezzano, a volte. Mattia e Alice sono come due “primi gemelli”, i numeri indivisibili per nient’altro che per se stessi e separati da una sola cifra: intorno a loro un vuoto, un silenzio, una solitudine infiniti. La vita di bambini prima e adolescenti poi, per entrambi, è stata contraddistinta da una serie di fatti traumatici: per Mattia, la scomparsa della sorellina handicappata (che lui stesso aveva abbandonato, in un parco, per non essere costretto a portarsela ad una festa); per la seconda, un incidente occorso mentre sciava, che l’ha resa zoppa. Le cicatrici dei due, fisiche e spirituali, si formano nell’inferno di famiglie disfunzionali, con genitori assenti o incapaci di comunicare, rancorosi, ottusi, frustrati. Grandi, entrambi devono fare ancora i conti con certi terribili fantasmi, che si traducono nell’anoressia per Alice, e in un’anedonia totalizzante per Mattia.

la solitudine dei numeri primi

Tratto dal libro di Paolo Giordano (Mondadori), La solitudine dei numeri primi è il racconto del calvario esistenziale di due anime perse, condotto con un tono da film horror. Sembra, in alcuni frangenti, di confrontarsi con un mix di Von Trier e Van Sant, con l’ombra di Dario Argento a vegliare sull’insieme. Saverio Costanzo, regista di vuoti pneumatici e tensioni sotterranee, cuce con il filo di una dialettica straniante tra immagini e commento sonoro (di Mike Patton) gli episodi principali della vita di Mattia e Alice. Lavora sul tono e punta decisamente al perturbante con un film a tesi che, pur con qualche eccesso, strappa ripetuti brividi e, soprattutto, definisce un cosmo di inquietudine profonda, di violenza sottopelle, che non conosce e non conoscerà mai la consolazione della catarsi. La scena (senza musica) dell’abbraccio tra Mattia e Alice sulla panchina del parco, in cui il primo abbandonò la sorellina anni addietro, non schiude alla speranza, ma sancisce la definitiva impossibilità, per i due, di vivere come gli altri. Eccoli i “primi gemelli”, a consolarsi vicendevolmente, a leccarsi le proprie ferite, mentre intorno il mondo è una bruma densa e ostile, una sequela di volti fuori fuoco, di figure tagliate.

Bravi Luca Marinelli e Alba Rohrwacher a dare volto ai traumi di Mattia e Alice, a lavorare sul corpo – ingrassato, dimagrito fino allo stremo, segnato da tagli autoinflitti, menomato – sino a conferire dignità di sconfitti ai due, poco più che spettri. Un film sorprendente.