Prolusioni

Pro-lu-ṣió-ni che non finiscono. Nove discorsi per orientarsi nel presente

La collana Pro-lu-ṣió-ni delle Edizioni Università di Macerata nasce negli archivi delle università italiane e straniere e da lì esce, finalmente, all’aria aperta.

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Discorsi nati per cerimonie solenni – inaugurazioni, chiusure d’anno accademico, conferimenti ad honorem – vengono sottratti alla polvere dei verbali e offerti a un pubblico molto più vasto di quello che, quel giorno, era seduto in aula magna. I primi nove volumi – Churchill, Fleming, Curie, Roosevelt, Marshall, Mill, Veil, Havel, Solženicyn – compongono un vero raccordo musicale sulle parole del tempo: voci che hanno spesso incrociato i Premi Nobel e la grande storia e che oggi tornano come bussole per orientarci tra nuove guerre, crisi democratiche, sfide della scienza e fragilità della parola pubblica.

Pro-lu-ṣió-ni – Sinossi

Ogni volume di Pro-lu-ṣió-ni ruota attorno a una prolusione o a un piccolo gruppo di discorsi: lezioni magistrali, interventi in università, Nobel Lecture. I testi – tradotti dall’inglese, dal francese, dal russo – sono accompagnati da un apparato critico essenziale e da una sezione finale, gli Echi, in cui studiosi, studiose e traduttori interrogano il presente alla luce di quelle parole: chiariscono contesti, raccontano scelte traduttive, mostrano come la voce di un’altra epoca possa ancora ferire, consolare, interrogare.

Dentro questa cornice, i primi nove titoli attraversano quattro campi che continuamente si intrecciano: guerra, pace ed Europa (Churchill, Marshall); scienza e responsabilità (Fleming, Curie); diritti, cittadinanza ed Europa politica (Roosevelt, Mill, Veil); parola, verità e dissenso (Havel, Solženicyn). Le copertine, nate dal gesto libero di una bambina, fanno il resto: macchie di colore che ricordano i test di Rorschach, in cui l’occhio riconosce forme, tensioni, squilibri che già raccontano qualcosa del libro che stiamo per aprire.

Pro-lu-ṣió-ni – La recensione: un dispositivo editoriale tra archivi e presente Nove libri, nove copertine, un solo grande racconto civile

La prolusione è, per sua natura, un “prima”: un discorso che prepara, che accorda gli strumenti prima che inizi la musica. Pro-lu-ṣió-ni riparte da qui, da questa etimologia – pro-ludere, “giocare prima” – e la prende alla lettera. I discorsi raccolti nei nove volumi non sono trattati come reperti, ma come inizi che continuano, soglie che possiamo attraversare oggi, con altre domande in testa, altri conflitti sullo sfondo, la stessa urgenza di dare forma al futuro. La collana è costruita come un dispositivo a più voci: il testo originale, la traduzione, l’introduzione, gli Echi finali. A questo polifonico “coro di parole” si aggiunge un coro visivo, le copertine. Non sono illustrazioni didascaliche, ma macchie di colore, contrasti, simmetrie spezzate che danno il tono, come un attacco d’orchestra prima che entrino gli strumenti.

ProlusioniAd aprire la serie è Winston Churchill con Anni memorabili. I discorsi dal 1941 al 1949 – da Harrow a Harvard, da Westminster a Zurigo – attraversano il cuore della guerra e il dopoguerra incerto, forgiando un lessico che ancora usiamo: “cortina di ferro”, “Stati Uniti d’Europa”. La parola qui è martello e architettura insieme, capace di nominare la paura e, allo stesso tempo, di aprire un orizzonte. La copertina, divisa fra rosso e indaco, trattiene questo doppio registro: slancio e gravità, energia e responsabilità di chi parla “per” un popolo intero affinché si possano rendere “memorabili nella storia del genere umano i giorni che stiamo vivendo”.

Subito dopo arriva Alexander Fleming con Come un pedone sulla scacchiera, e il tono cambia. Niente trombe, solo il racconto quasi dimesso della scoperta della penicillina, dove il caso incontra una mente preparata. Fleming ragiona sul dettaglio imprevisto che cambia tutto, su cosa significhi rispondere, da scienziato, alle conseguenze delle proprie scoperte: un consiglio rivolto ai giovani del mondo, perché siano pronti ad accogliere la “fortuna elargita dagli dèi”. In copertina, il verde e il viola disegnano proprio quella crepa iniziale: una piccola anomalia in una piastra di laboratorio che apre un futuro diverso per milioni di persone.

Con Marie Curie e Un bene per l’umanità la scena si sposta su un’altra figura-simbolo della scienza, pioniera tenace e instancabile in un’epoca in cui l’istruzione e la ricerca erano appannaggio quasi esclusivo degli uomini. Dai discorsi ufficiali alle conferenze americane, Curie insiste sulla ricerca come servizio e lavoro paziente, segnato da discriminazioni e ostacoli ma anche da un’inflessibile fiducia nella conoscenza condivisa. Il giallo e il rosa della copertina sembrano luce filtrata, un rimando alla doppia natura delle sue scoperte, che illuminano e insieme feriscono, curano e mettono a rischio, chiamando a una responsabilità ancora più grande.

Con Eleanor Roosevelt e La nostra libertà e la libertà degli altri il baricentro si sposta sui diritti. Le prolusioni pronunciate tra il 1948 e il 1958 raccontano la nascita della Dichiarazione universale dei diritti umani e, soprattutto, la sua traduzione nella vita quotidiana. I diritti, dice Roosevelt, cominciano “vicino a casa”, nei luoghi in cui nessuno fa fotografie. Idealista e battagliera, donna di Stato avveduta e pragmatica, riformatrice pugnace, la First Lady del 32º presidente degli Stati Uniti d’America (FDR) è stata una figura contraddittoria anche nella sua intimità, capace di amare il mondo intero e, allo stesso tempo, madre che non sempre sapeva come lasciarsi amare dai suoi figli. La copertina verde e marrone ha qualcosa di bucolico e di terrestre, quasi a richiamare un campo appena lavorato: l’immagine perfetta di una libertà che non è mai data una volta per tutte, ma va coltivata e ricoltivata.

Il quinto volume, Il credo della pace di George Marshall, torna al 1947 e al celebre discorso di Harvard, fino alla Nobel Lecture del 1953. Qui la pace viene spogliata di ogni enfasi astratta e ricondotta alle sue cause materiali: fame, povertà, disperazione, caos. Marshall parla con un tono sobrio, quasi anti-retorico, ma disegna con estrema lucidità il legame fra ricostruzione economica e sopravvivenza delle democrazie europee. Il generale statunitense resta un gigante della storia in bilico tra le rovine del passato e le ali del futuro, che riflette su ciò che si dovrebbe fare per una pace così lontana e così vicina, su ciò che non si è fatto e si sarebbe potuto fare. La copertina, fatta di colori solidi – arancio e viola – attraversati da fenditure chiare, restituisce l’immagine di un edificio in equilibrio, un’architettura che regge solo se continuamente riparata.

ProlusioniCon Della formazione dei futuri cittadini entra in scena John Stuart Mill. L’Inaugural Address del 1867 alla University of St Andrews è un testo ottocentesco che parla in modo sorprendentemente nitido al nostro dibattito sull’università. Mill difende un’idea “universale” di formazione, dove non basta produrre specialisti, ma servono persone capaci di giudizio, di immaginazione morale, di responsabilità civica e di un’arte pura capace di restituirci la bellezza ideale, alla quale eternamente ambire, nobilitando il senso di ogni fare quotidiano. Mill ci porta fuori (educere), ci conduce alla consapevolezza dell’educazione e al futuro delle generazioni. Il rosso e il verde acqua della copertina tengono insieme il calore della passione politica e la freschezza del pensiero critico, come se suggerissero che la cittadinanza non è solo un insieme di competenze, ma un esercizio continuo di pensiero, scelta e responsabilità.

Nel volume successivo, Per un nuovo umanesimo europeo, Simone Veil raccoglie il filo dei diritti e lo intreccia con la costruzione dell’Europa politica. Sopravvissuta alla Shoah, ministra della sanità, prima presidente del Parlamento europeo eletto a suffragio universale, Veil, con lucidità di pensiero e di giudizio sulla realtà del suo tempo, immagina un’Europa che nasce dalla memoria del dolore e prova a trasformarla in solidarietà attiva. Il giallo-verde quasi primaverile della copertina racconta un umanesimo che non è proclamazione solenne, ma lavoro paziente di coltivazione contro nazionalismi e amnesie.

Con Le parole per cambiare il testimone passa a Václav Havel. Dai testi clandestini di dissenso fino ai discorsi da presidente, Havel mostra come, in un sistema fondato sulla menzogna, il linguaggio sia il primo campo di battaglia, dove chiamare le cose con il loro nome è già un gesto politico, un atto di libertà. Dall’isolamento al carcere, dissidente e perseguitato sotto il regime comunista cecoslovacco per il suo ruolo in Charta 77, dopo la rivoluzione di velluto e la caduta del governo comunista Havel diventa presidente della Cecoslovacchia dal 1989 al 1992 e, dopo la sua dissoluzione (a cui si oppose), presidente della nuova Repubblica Ceca dal 1993 al 2003. La copertina, che sovrappone marrone e viola, stratifica terra e cielo: radici nel reale e tensione verso una dimensione più alta, senza mai evadere dalla concretezza, in un inno al valore di ogni azione umana.

A chiudere il ciclo di questo novenario di prolusioni è Una parola di verità di Aleksandr Solženicyn. Dalla lettera al Congresso degli scrittori sovietici alla Nobel Lecture e al discorso di Harvard, ritorna come un refrain l’idea che una sola parola di verità possa pesare più del mondo intero. È il volume meno conciliante: non si propongono scorciatoie, ma il coraggio di fare domande. Quale prezzo siamo disposti a pagare perché la verità non venga espulsa dalla sfera pubblica? La densità semantica di questa raccolta raccoglie i prodromi della grande letteratura russa ottocentesca e ne brandisce la rivoluzione prima della rivoluzione, denunciando il degrado morale della società contemporanea mondiale. In copertina, i contrasti netti, quasi taglienti, mettono in figura questa frattura: la parola che non è liscia, ma ruvida, con i suoi intagli di corteccia che incidono, dividono e si diramano.

Su questo sfondo, la scelta editoriale di rendere visibile il lavoro di traduzione è tutt’altro che marginale. Ogni prolusione arriva a noi dopo essere passata attraverso la voce di un traduttore o di una traduttrice, che decide come farla risuonare in italiano. Gli Echi raccontano questo retroscena, ricordandoci – con le parole di Umberto Eco – che tradurre non significa dire “la stessa cosa”, ma “quasi la stessa cosa”. Proprio in quel quasi si gioca la possibilità per questi discorsi di continuare a parlare al presente. Nel complesso, Pro-lu-ṣió-ni tiene insieme forma e contenuto. Nove volumi agili ma densi; le copertine sono sfumature che pensano, i testi richiamano l’urgenza del tempo. Ne esce un racconto corale del Novecento – e dei suoi riflessi nel XXI secolo – che invita a considerare l’università non come luogo chiuso, ma come spazio pubblico in cui la parola inaugurale non si esaurisce nella cerimonia e continua a lavorare dentro chi legge.

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diGiorgio Cipolletta

Artista e perfomer italiano, studioso di estetica dei nuovi media. Dopo una laurea in Editoria e comunicazione multimediale, nel 2012 ho conseguito un dottorato di ricerca in Teoria dell’Informazione e della Comunicazione. Attualmente sono professore a contratto per corso di Fotografia e nuove tecnologie visuali presso Unimc. La mia prima pubblicazione è una raccolta di poesie “L’ombra che resta dietro di noi”, per la quale ho ricevuto diversi riconoscimenti in Italia. Nel 2014 ho pubblicato il mio primo saggio Passages metrocorporei. Il corpo-dispositivo per un’estetica della transizione, eum, Macerata. Attualmente sono vicepresidente di CrASh e collaboro con diverse testate editoriali italiane e straniere. Amo leggere, cucinare e viaggiare in modo “indisiciplinato” e sempre alla ricerca del dono dell'ubiquità.