George A. Romero – La notte dei morti viventi

Il 1968 è un anno cruciale nella storia dell’Occidente, in primis degli USA. Le rivolte giovanili, la crescente paranoia da Guerra Fredda e l’inasprirsi del conflitto in Vietnam (con la celebre offensiva del Tet) scavano fino alle fondamenta della società americana, portandone alla luce tutte le contraddizioni. Chiaro anche il cinema non sia immune a questa fase di grandi cambiamenti e di messa in discussione dei valori tradizionali: Hollywood si trasforma, mutano i meccanismi produttivi, si afferma una nuova generazione di cineasti (la “New Hollywood”) che con un linguaggio nuovo racconta il paese, le sue ferite, le sue sporcizie fuori dall’idillio dell’”American dream”.

Tra i film che meglio di altri hanno affrescato questa era cruciale della storia americana c’è l’insospettabile La notte dei morti viventi di George Romero (1968). Insospettabile perché lo stereotipo vuole che l’horror sia disimpegnato, effettistico, superficiale. E invece, meglio di tanti trattati sociologici, la pellicola di Romero riassume perfettamente lo spirito dell’epoca, giocando con i cliché e i simboli culturali degli USA per rovesciare il “Sogno” e trasformarlo nell’incubo per eccellenza: quello dei morti che ritornano dalle tombe.

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Costato 114mila dollari e girato in 3mm, in bianco e nero, La notte dei morti viventi è il cult. Alla sua uscita, incassò oltre 18 milioni di dollari in tutto il mondo ed ancora oggi è inattaccabile, tanto sul piano formale (malgrado la povertà di mezzi) che su quello ideologico. La storia ruota intorno ad un nucleo di persone che varie vicissitudini costringono ad asserragliarsi all’interno di una casa abbandonata, mentre fuori i morti ritornano dalle tombe e cannibalizzano i vivi.

Nell’assedio, è evidente, aleggia lo spettro di Fort Apache (uno dei momenti fondanti della storia americana), ma non è il solo simbolo che Romero si diverte a smantellare, ovviamente. C’è la famiglia, che implode (la piccola Karen, la quale, trasformatasi, divora i genitori), l’Eroe che è sì nero (Ben, interpretato da Duane Jones) ma anche inadeguato e asessuato. La Giustizia e l’Ordine, poi, sono affidate a gruppuscoli di volontari armati di tutto punto i quali, però, sul finale mostrano una grottesca e beffarda incompetenza.

Tutto La notte dei morti viventi somiglia ad un lungo incubo allucinato, che è un incubo collettivo: la “love generation” sessantottina va a dormire e si sveglia “hate generation”, e la pacifica borghesia si scopre senza appigli, alla deriva in un mondo in cui si sgretolano tutti i valori, tutte le certezze (compresa la biologia: i morti che, incomprensibilmente, ad un tratto non muoiono…).

Con La notte dei morti viventi Romero coglie insomma lo Zeitgeist, lo “spirito del tempo”, e lo fa con un film potente, ricco di inventiva, un capolavoro disturbante e cinico, non senza una perfida ironia.