Il tempo aggiusta le cose, e pian piano le ferite guariscono e diventano cicatrici. Questa è la favola che vi piace farvi raccontare; poi c’è la verità, che di solito è un’altra cosa. Nel mondo della verità, alcune cose non passano, ferite continuano a sanguinare, l’equilibrio è precario e i lutti, certi lutti, lasciano un vuoto che non riempirete mai più.
Sonali Deraniyagala ha provato a riempirlo, quel vuoto, scrivendo Onda, raccontando non tanto una storia, quanto un rapporto tra un essere umano e il suo dolore. Il 26 dicembre 2004, si trova in Sri Lanka con tutta la sua famiglia: il marito, i due figli e i genitori. Dal mare avanza un’onda che si fa sempre più grande, fino a che tutto precipita in un attimo: l’acqua è dietro di loro. Corre più veloce dei loro passi. Ora li travolge e li porta via, li separa per sempre, lascia negli occhi della Deraniyagala l’ultima immagine del volto stravolto di suo marito, mentre fissa qualcosa di terribile. Onda è un libro che racchiude in sé tutta la potenza di quell’acqua impetuosa, che si abbatterà su di voi subito dopo la prima pagina.
Nominato tra i migliori libri del 2013, non è solo la cronaca forse più commovente di quell’evento, ma è un vero racconto dell’infinito percorso di elaborazione di un lutto, la ricerca di un senso negli eventi estremi della vita, la possibilità di dare del tu ad una tragedia. Sonali è una sopravvissuta, e dal momento in cui riaffiora dalla tempesta fino all’ultima pagina, a New York, il suo ritornare alla vita non è in realtà un vivere, ma un sopravvivere, appunto. Combattuta tra la voglia di urlare e quella di smettere di respirare, la sua mente si annulla, la sua anima scoppia e lascia spazio, lentamente, alla certezza che tutto sia accaduto veramente, che i pensieri più tremendi sono la realtà. «Questa non sono io […] Com’è fatta questa Sonali?».

La devastazione dopo lo tsunami del 26 dicembre 2004
Una volta ho sentito dire da qualcuno che ognuno di noi attraversa cinque fasi ben precise per superare un dolore: rifiuto, rabbia, trattativa, depressione, accettazione. Potete provare, vi accorgerete che è così. Che spesso si saltano passaggi per poi tornare indietro, che a volte alcune fasi durano molto poco, mentre altre sono lunghissime. Ma state pur certi che ad ogni fase un pezzo di voi morirà per diventare qualcos’altro, nella speranza di rinascere. Onda è un libro strepitoso perché lascia poco spazio alla causa (lo tsunami), e punta dritto al dolore, alla perdita, ai ricordi, al “dopo”. L’esatto opposto di quello che Carrère ha fatto con Vite che non sono la mia, altro strepitoso romanzo sulla tragedia del 2004. «Devo strapparmeli di dosso, devo smettere di ricordare, devo lasciarmeli alle spalle». È talmente straordinario, Onda, che la Deraniyagala non ci dice se sia arrivata o meno all’ultima fase, quella dell’accettazione, lasciandoci nel dubbio che si possa davvero arrivare, ad una totale accettazione. E in questo non dire, ci racconta nella maniera più perfetta il dolore, il senso della perdita. «La paura di distrarmi, di dimenticare, di pensare che sono ancora qui».
No, alcune cose il tempo non le smorza, alcune voci si fanno più forti quando non ci sono, o quando le risenti in vecchi nastri, e giocano all’infinito nei tuoi pensieri. Alcuni volti non li dimentichi, e ti sembra di sfiorarli quando li rivedi in una foto. Alcune assenze si gonfiano, proprio come fa la vita, che trasforma un dolore in una tristezza nuova, che ci fa toccare ferite e cicatrici e che fa di noi rifiuti, rabbie, trattative, depressioni e, forse, accettazioni.
9788854507746




