Con il suo primo album, +, Ed Sheeran ha venduto quasi un milione di copie. Sembra uno scherzo, il classico colpo del principiante pompato dal marketing, e invece il ragazzo di gavetta ne ha fatta, e tanta: narra la leggenda che nel 2009, perfetto sconosciuto con all’attivo un primo, timidissimo EP (The orange room), sia riuscito a suonare ben 312 volte in Inghilterra. Il salto di Sheeran è coinciso con il salto dell’Atlantico: negli States, a Los Angeles, riuscì a farsi notare da Jamie Foxx e da lì il gioco fu fatto.
Almeno in parte, in effetti. Perché 1 milione di copie, soprattutto oggi, non lo vendi se dietro, oltre ad una major, un produttore di grido e un ottimo ufficio stampa, non hai anche qualcos’altro. Nel caso di Ed, oltre all’aria da bravo ragazzo, ci sono le canzoni. Che non sono nulla di rivoluzionario, ma sono implacabili nell’accattivarsi se non la tua simpatia, almeno la tua attenzione, in pochi secondi.
Su + c’erano, tra le altre, The A team e You need me, I don’t need you e Lego house, che sintetizzavano alla perfezione l’amore di Sheeran per il folk, l’r&b e l’hip hop. La formula si ripete invariata, con pregi e limiti (ce ne sono, e parecchi) su X. Ed è una specie di incrocio tra Glen Hansard e Justin Timberlake. Il primo prevale nella malinconia crepuscolare di One, intonata in punta di plettro con una chitarra acustica (c’è qualche eco dell’Howie Day di Collide, anche). Il secondo, nel trascinante numero funky con tanto di refrain in falsetto di Sing (prodotta da Re Mida Pharrell Williams). Ovviamente ci sono tutti gli ingredienti per fare breccia in classifica, compreso un po’ di gossip: Don’t, prodotta da Benny Blanco con un altro gigante, Rick Rubin, racconta una relazione con una ragazza che potrebbe essere Ellie Goulding.
L’arma segreta di Sheeran è che non sembra mai troppo ruffiano anche quando, invece, è ruffianissimo – tipo nell’r&b condito da raffinati tocchi di piano di Nina, che fornisce anche qualche info sui gusti musicali del suo autore. Del resto, Ed ha nel DNA la visceralità e la genuinità dei songwriter irlandesi (i nonni paterni sono di Gorey, Wexford), come dimostra I’m a mess (che tuttavia è un numero smaccatamente pop). Quando sceglie di rallentare i giri (I’m a mess, e il numero à la John Mayer Thinking out loud), be’, lì ha gioco facile come neanche un veterano.
Detto questo, però, il limite è il solito di questo genere di dischi: i brani funzionano bene come singoli, nel calderone di 50 minuti complessivi di musica finiscono con l’annullarsi. Sheeran ha la penna facile, e si sente, ma gli manca (ancora) un po’ di personalità. Le citazioni dei classici Motown e del pop-rock da classifica USA mescolate allo spirito del busker irlandese bastano magari per vendere palate di dischi, un po’ meno per scrivere album che valga davvero la pena ricordare tra qualche decennio.
