In un articolo scritto per il Guardian, Jonny Greenwood ha parlato dell’anno lontano dai Radiohead che ha appena trascorso. Il chitarrista si è soffermato sulle sue esperienze di compositore di colonne sonore, le sue performance live e l’impatto che la musica classica ha avuto sulla sua maturazione come musicista.
«Nell’anno che ho trascorso fuori dai Radiohead, ho scritto musica per piccoli gruppi di archi – prima ho lavorato con la Australian Chamber Orchestra (che fa prove tutto il giorno e surf tutta la sera) e, più di recente, con la London Contemporary Orchestra», ha spiegato Greenwood. «Si tratta di musica concepita per i concerti invece che per l’incisione in studio, il che per me è un nuovo modo di pensare la musica. Mi ha portato a concepire in modo diverso la musica dal vivo».
Insomma, la musica classica ha schiuso a Greenwood nuovi orizzonti. In particolare, Jonny scrive che «guardare suonare la London Contemporary Orchestra è stata un’esperienza elettrizzante che il lavoro in studio non può eguagliare». Ad attrarre Greewood è proprio l’aspetto “volatile” della musica dal vivo: «Mi piace la provvisorietà della musica live: è suonata in una stanza – che varia infinitamente da concerto a concerto – e poi è svanita». Il disco rimane sempre identico a se stesso, mentre la performance live «può andare leggermente (o davvero) male ogni volta. E tutto viene condiviso equamente dalle persone nella stanza».
Niente male, insomma, per uno cresciuto con l’idea che i dischi fossero «pedine intercambiabili della realtà»: nel corso degli anni, però, l’incontro con la musica classica ha fatto vacillare questa convinzione. «Una parte di questo riguarda la qualità del suono. Dovrei saperlo – ricorda Greenwood – perché negli anni 90 ho vissuto la mia imbarazzante fase hi-fi. Era come avere un vizio segreto: le riviste, i negozi specializzati – e tutto alla ricerca di un piacere domestico e solitario. Cosa ha a che fare tutto questo con la musica?», si chiede Greenwood.
Greenwood fa poi un’esempio, toccando il tema della ruvidezza del sound e parlando dei Sex Pistols. «Le note di studio per Never mind the bollocks rivelano che fu messa una gran cura nel realizzarlo – tanti microfoni per la batteria, tutti posizionati con così tanta cura ed equilibrio». Il paradosso, nota il chitarrista, è che oggi le band cercano di replicare quel suono attraverso un approccio grezzo alle registrazioni: «un pessimo microfono, e tutti in una stanza», ma ovviamente non funziona così, e il risultato è che «diventa sempre più difficile stabilire cosa sia una buona registrazione». Greenwood si dice per questo ancora interessato al lavoro in studio, soprattutto alla musica elettronica, che «è al di sopra di tutto questo».
Il pezzo integrale di Greenwood potete leggerlo qui. Il chitarrista inglese a fine estate incontrerà gli altri Radiohead per decidere quali saranno le prossime mosse, ma ha in programma anche un nuovo lavoro solista: la scrittura della colonna sonora del nuovo film di Paul Thomas Anderson, Vizio di forma, interpretato da Joaquin Phoenix e tratto da un libro di Thomas Pynchon. Il 19 e 20 settembre, invece, Greenwood terrà due concerti a New York, in cui eseguirà la musica di un altro film di Anderson, Il petroliere (2007), da lui musicato.
Qui sotto, ecco un brano inedito eseguito di recente dal vivo, Loop:
