Thievery Corporation – Saudade

Ora vengono trattati come un prodotto d’antiquariato (a voler essere gentili), ma un tempo (all’inizio dei 2000, e non un’era geologica fa) i Thievery Corporation erano considerati gli alfieri di un’elettronica “cool”, raffinata, capace di parlare contemporaneamente lingue diverse (il dub, il soul, il jazz, il reggae), senza rinunciare all’impegno (le prese di posizione contro Bush, la riflessione sulla disinformazione della stampa USA del concept Radio retalion). Saudade, il loro nuovo album, aggiunge un ulteriore tassello al loro percorso stilistico, forte di un’impronta bossa nova che percorre tutte le tracce del disco. Il risultato non è così disprezzabile come si legge in giro: ha una sua dignità, un’eleganza morbida, vellutata, non ingessata, e suona come l’ennesimo sincero tentativo cosmopolita di Rob Garza e Eric Hilton che l’abbondanza di ospiti e di idiomi adoperati (francese, italiano, portoghese, inglese) non schioda da una sua identità tutto sommato ben definita.

Il mood, come da titolo, è malinconico: il trittico iniziale, composto da Décollage (cantato da Lou Lou Ghelichkhani), Meu négo (feat. Karina Zaviani) e Quem me leva (con Elin Melegarejo) intrattengono piacevolmente, di volta in volta, con chitarre dagli aromi jazz, orchestrazioni in odor di tango e ritmi di derivazione tribale. Gli archi prendono la mano e scavano cupi in No more disguise (illuminata dalla vocalità limpida ancora di Lou Lou Ghelichkhani), addirittura Depth of my soul, rallentata e lavorata a dovere, sarebbe stata perfetta per un disco dei Portishead (la voce è qui di Shana Halligan). Anche quando le atmosfere si distendono e la malinconia brasileira si distilla nei beat più spigliati di Para sempre (ft. Elin Melgarejo), i due dj e musicisti se la cavano bene.

Il punto, però, è tutto lì, nel titolo: la “saudade” è quel sentimento quasi mistico di perdita, di assenza, una cosa solo vagamente affine alla nostra “nostalgia”. Se c’è qualcosa che, paradossalmente, manca alle tracce di questo album è quel senso metafisico di assenza: i Thievery Corporation sono bravi ad adoperare gli stereotipi della bossa nova e, in generale, di certo latin sound, meno bravi a dargli una reale profondità che non sia un languore depresso in odor di lounge. La capacità del duo, insomma, è soprattutto paesaggistica, estetica: e dunque è una capacità d’intrattenimento a cui, malgrado la classe e l’appeal innegabile di melodie e arrangiamenti, manca la forza di spingersi un po’ più oltre.

Detto questo, i dischi da evitare sono altri, e questo Saudade certo non lo è. Bravi, comunque, anche se l’effetto più immediato di un album come questo è far venire la nostalgia di lavori come The mirror cospiracy o The richest man in Babylon

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