Il futuro è il luogo (letterario e cinematografico) della paura e dell’angoscia per eccellenza. Esiste un termine ben preciso per identificare un genere che specula su questo pessimismo, ed è “distopia”: gli esempi più fulgidi, classici, sono 1984 di Orwell e Fahrenheit 451 di Bradbury (forse un po’ meno noto è Il mondo nuovo di Huxley), nati a cavallo tra le due guerre mondiali e la guerra fredda, ma ovviamente in tempi anche più recenti non sono mancati esempi, anche buoni, di profezie oscure e terribili ambientate agli anni a venire.
L’ultima in ordine temporale è Divergent, di Neil Burger, film tratto dal primo capitolo della fortunata saga letteraria di Veronica Roth. Anche qui siamo in un futuro postbellico in cui regna un nuovo ordine mondiale in cui gli esseri umani sono distinti in 5 caste sulla base dei tratti di personalità dominanti: i Pacifici, i Candidi, gli Abnegati, gli Eruditi e gli Intrepidi, ciascuna con una funzione e un potere ben precisi (gli Esclusi, quelli che non hanno superato le prove d’iniziazione alle varie cerchie). A queste fazioni si accede dopo un test di personalità, che, somministrato in età adolescenziale, rivela l’inclinazione naturale di ogni individuo.

(Shailene Woodley e Theo James in una scena del film)
Lo spunto di partenza, tanto del libro che del film, insomma, è la rappresentazione plastica della divisione in caste che sottostà ad ogni ordine sociale. Il rigido schema, però, è destinato ad implodere quando una cittadina, Tris, si scopre “divergente”, ovvero con più di un tratto di personalità dominante. La ragazza, grazie all’amica Tori, riesce a contraffare i test ed entra a far parte degli Abneganti, incaricati di proteggere la popolazione, ma ovviamente il suo segreto la pone in serio pericolo.
Da queste premesse, il film si sviluppa in maniera decisamente prevedibile (anche per chi non ha letto il romanzo): Tris, in lotta con il sistema e i suoi paladini, è l’incarnazione dell’adolescenza, ribelle ai genitori, allo status quo e ad ogni forma prestabilita. Burger, più che fare il regista, si limita a dirigere il traffico: la sua è un’opera di formazione che ammicca ad Hunger games (al primo, perché già il secondo risulta troppo più ricco di implicazioni sociopolitiche) e, dunque, ad un pubblico teen (inevitabile la love story, tra Tris e Tobias, il suo istruttore).
Divergent limita al minimo, insomma, l’impatto politico dello spunto iniziale per concentrarsi sull’addestramento e sulla figura di Tris, prototipo della donna (adolescente) tosta, in lotta con il mondo: gli adolescenti ci andranno a nozze (ovviamente il film è stato un successo colossale in tutto il mondo), tutti gli altri torneranno agli amati Orwell, Bradbury e Huxley.
