Michaël Uras – Io e Proust

Di letteratura ci si può anche ammalare, lo sanno bene gli scrittori: da tale patologia sono affetti molti protagonisti di capolavori celebri, dall’Encolpio del romanzo petroniano a Don Chisciotte e a Emma Bovary. Il mondo immaginario ripara dalla prosaica sordidezza del reale, proietta la sua luce ingannevole su cose e persone, è follia, più o meno duratura, capace di trasformare i mulini a vento in giganti. Di questo medesimo male oscuro è afflitto fin dall’adolescenza Jacques Bartel in Io e Proust, romanzo d’esordio di Uras Michaël, ma nel momento in cui decide di scriverne è già guarito: da lì uno sguardo disincantato ed ironico su un‘esperienza da cui ha preso le distanze.

Egli quindi non si racconta come l’eroe/antieroe di una tragedia che lascia sul terreno morti e feriti: la sua storia assume piuttosto la forma di una commedia satirica, fatta di scenette più comiche che inquietanti. Il centro della scena è abitato dunque da uno dei tanti stralunati giovani precari, che animano tanta narrativa contemporanea abbarbicati al primo appiglio disponibile. Le sue sventure sono tanto più buffe, quanto più restano senza una ragione intima: è infatti inevasa la domanda sui motivi per cui fin da giovanissimo Jacques sceglie Proust come proprio idolo e vi consacra l’intera esistenza, a meno che non si voglia pensare a un atto riparatore contro l’indifferenza nei confronti delle belle lettere dei genitori e delle possibili fidanzate  Egli legge la Recherche  per caso durante una convalescenza, ed è difficile riscontrare affinità sostanziali fra lui, figlio di operai ed eterosessuali, e Proust, ricco ed omosessuale. La latitanza di motivazioni profonde caratterizza del resto tutto l’ambiente degli specialisti in materia e le loro fatiche si risolvono in saggi futili dal titolo, Il veltro e il peltro nella Recherche.

A differenza dei colleghi, però Jacques non è né saccente né arrivista anzi la sua ingenuità si concretizza nella coscienza della propria irrilevanza e forse per questo ricerca ossessivamente qualcosa di fondamentale da dire sulla sua divinità.  Quando un colpo di fortuna lo mette sulla strada di un centenario rinchiuso in un ricovero, l’ultimo ad avere conosciuto lo scrittore, scopre una verità tanto sconsolante quanto irrilevante che probabilmente non valeva la pena andare a disseppellire. Chi era Proust e a che serve la letteratura? Non c’è risposta, ma per capire basta ascoltare alla radio un motivetto a lui ispirato o porre a se stessi e agli altri le domande del suo celebre questionario.

ISBN
9788862431545
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