C’è un momento, durante l’ascolto di …And the nothing, il nuovo album di Micah P. Hinson, in cui il tempo si ferma. I battiti del cuore rallentano, il piano tratteggia poche note e puoi sentire la voce roca del 33enne songwriter texano in tutta la sua ricchezza di cartavetro, in tutta la sua sconvolgente profondità. Il momento è quello di I ain’t moving, “non posso muovermi”, che costituisce un po’ il nucleo emotivo e tematico dell’album.
Tutto …And the nothing nasce infatti da un terribile incidente che Hinson ha avuto nel 2011, durante un tour in Spagna: in quell’occasione ha rischiato di perdere (oltre alla vita) l’uso delle braccia. I ain’t moving, con i suoi accordi sparuti e infinitamente malinconici, la voce di Hinson sofferente e l’ingresso degli archi, sul finale, definisce uno spettro di emozioni che vanno dalla sconfitta all’impotenza alla rassegnazione serena. E pensare che che il disco era iniziato con l’arrembate surf punk di How are you, just a dream, una novità per Hinson, che ha sempre prediletto i toni sfumati, crepuscolari, e che le chitarre elettriche, quando vuole usarle per far male, le declina semmai in chiave post-rock (vedi The day Texas sank to the bottom of the sea).

(Micah P. Hinson)
In realtà, …And the nothing è “the same old shit”, la solita vecchia roba, per citare il titolo di uno dei pezzi – ma filtrata dalla penna unica di Hinson, capace di riappropriarsi della tradizione country e folk americana e di riproporla senza risultare stucchevole, magari anche con qualche passaggio più avanguardistico (i droni di The son of USSR e The quill, la coda rumoristica di One way home). Non mancano gli uptempo (There’s only one name, che sembra uscita da un disco di Johnny Cash, le già citate How are you, just a dream, The same old shit, e The life, living, death and dying of a certain and peculiar L.J. Nichols), ma è nei momenti più meditabondi che Hinson stacca tutti i rivali. I ain’t moving e The quill, per esempio, ma anche The one to save you now, un tenero valzer che piacerà ai fan di Tom Waits, o la chiusura per chitarra e voce di A million light year – subito bilanciata dalla maggiore veemenza della ghost track, The crosshairs, giocata sugli archi e su dei complicati intarsi di voci.
Hinson, insomma, non trova pace e probabilmente non la troverà mai. È un altro “Man in Black”, capace di incantare con la forza di uno storytelling senza tempo, archetipico, intriso di amore, morte, sofferenza, ricerca di redenzione. Dopo …And the pioneer saboteurs, un altro gran disco, che conferma il talento lucidissimo del musicista americano.
