Certo che se per voi Neneh Cherry è solo e soltanto quella di 7 seconds, Blank project sarà una bella sorpresa. Dai tempi del duetto con Yossou N’Dour (7 seconds) e del suo terzo LP solista, Man (1996), la cantante svedese si è allontanata dalla strada maestra del pop per battere sentieri meno noti, come quelli del jazz sperimentale (il disco di cover con i The Thing, con brani di Suicide e Stooges, tra gli altri). Ci voleva però uno come Kieran Hebden, alias Four Tet, a stanarla, a spingerla a confrontarsi di nuovo con un’uscita in solitaria a base di inediti, Blank project. Dopo 18 anni, già questo è un risultato niente male.

Blank project però va oltre la semplice curiosità di ritrovare un’artista che si credeva perduta, catapultandola dal soul degli anni ’90 al cospetto di nuove sonorità elettroniche. È un disco che offre spunti e soluzioni affascinanti, anche se non sempre totalmente convincenti. L’approccio è minimalista, e il mood inquieto, instabile: non a caso, l’album è stato ispirato dalla morte della madre della Cherry, avvenuta nel 2009. Across the water apre le danze con un flow hip hop che si dispiega su un beat davvero essenziale, nient’altro. Praticamente un pezzo a cappella, che parla di crescita e perdita e che la Cherry dedica anche ai figli.
La title track alza subito il tiro, scatenando una tempesta di ritmi tribali, con un’elettronica ruvida, perfettamente in linea con i sintomi della sindrome premestuale (“20-year day he is my victim” canta la Cherry, riferita all’uomo che ama e odia al tempo stesso). Blank project, insomma, si muove su un doppio fronte emotivo/espressivo, è elegante e distaccato e al tempo stesso tempestoso, animato da un senso d’urgenza. Spit three times è ipnotica come il trip-hop, ma sotto il groove freddo nasconde il caldo di una febbre sensuale (“Leave me alone / I’m addicted to you”). In Weightless, c’è una chitarra che ruggisce distorta e manipolata, ma la miccia accesa non porta mai all’esplosione vera.
L’impressione è che la Cherry stia cercando il suo baricentro emotivo. Blank project è un disco che racconta le sensazioni del presente, cioè le mette nero su bianco mentre le vive, e dunque è impossibile stargli dietro, decifrarlo in maniera univoca. Tocca prenderlo così com’è, duale, scisso: i ritmi tribali e gli aromi jazzati di Cynical convivono così accanto all’elettronica più atmosferica di 422, senza problemi di coerenza. Merito di Four Tet e della sua produzione intelligente, elastica, capace di assecondare la Cherry e la sua scrittura lunatica, che, passando per il duetto con Robyn in Out of the black, raggiunte il suo apice in Everything, un lungo (7 minuti) monologo interiore tra soul, funk e jazz rock che prorompe in una serie di vocalizzi stile Yoko Ono.
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Blank project è un disco fragile ma non indifeso, che rifiuta il comodo rifugio della nostalgia per cercare di decifrare il presente e guardare avanti. Speriamo non occorra aspettare altri 18 anni per il seguito…

