Pharrell Williams – Girl

G I R L va scritto così, maiuscolo e con le lettere separate, come un acronimo. In un’intervista, Pharrell Williams ha spiegato che il suo secondo LP solista dopo In my mind (2006) è un omaggio alle donne, «la mia lode», «il mio modo di ringraziarle per tutto quello che hanno fatto». Ha dichiarato: «Un giorno saranno pagate come gli uomini e tutto cambierà. Io aspetto il giorno in cui il 75 per cento dei presidenti e primi ministri della terra saranno donne. Allora sì che saremo più felici». G I R L un disco femminista? No, è eccessivo. A Pharrell la politica e le questioni sociali interessano poco: piuttosto, G I R L è una celebrazione della figura femminile festosa e sexy, mai grossolana o volgare (come poteva essere Blurred lines di Robin Thicke, da lui prodotta), architettata a partire da raffinatissime trame disco-funk e r&b.

(Pharrell Williams)

Ovviamente, con l’agenda che si ritrova, Pharrell ha chiamato a raccolta un po’ di amici. In Marilyn Monroe, l’arrangiamento degli archi di Hans Zimmer, premio Oscar per la colonna sonora de Il re leone, aggiunge un tocco nevrotico alla celebrazione della (diversità della) bellezza al centro del pezzo. In Brand new, Pharrell ingaggia una sfida all’ultimo falsetto con Justin Timberlake, a partire da una bella tessitura di chitarre funky, fiati squillanti e percussioni tribali. In Come get it babe il producer riesce a tenere a bada Miley Cyrus e ad ingabbiarne il talento in un blues groovy ed ipnotico. Non potevano ovviamente mancare i Daft Punk, che prestano le loro voci robotiche al refrain dell’avvolgente e vertiginosa (merito ancora degli archi di Zimmer) Guts of wind.

Lost queen sfrutta ancora delle percussioni e dei loop vocali da Africa profonda per intonare un’ode ad una donna che sembra provenire da un altro pianeta: nella seconda metà (separata dalla prima parte da uno sciabordio d’onde), l’approccio rimane minimalista, ma – complice JoJo – il pennello s’intinge nel soul più sensuale e si concede qualche sfumatura orientale (il sitar). In Know what you are la partner è Alicia Keys: mentre la cantante promette «I will do what I need until every woman on the Earth is free», grazie all’arrangiamento il soul si concede un’interessante divagazione nei territori del reggae.

Gush, che strizza l’occhio a Michael Jackson, e Hunter, anche questa dotata di un gran tiro old style, ammiccano ed ansimano e sono piene di versi come «My sex is calling», ma riescono a non essere volgari. Happy, dal canto suo, è il singolo perfetto, la melodia killer che non puoi non canticchiare: peccato per l’Oscar sfumato ieri, avrebbe meritato (chiedete a Meryl Streep). It girl chiude in chiave perfetta, à la Prince, un disco divertito e divertente, ricco di trovate sopraffine e mai stucchevole, di quello che probabilmente è il vero nuovo “re del pop”.

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