Il regno di St. Vincent, quello che scruta dal trono su cui è immortalata nella copertina di questo quarto ed omonimo album, è una terra bizzarra, un crocevia tra «accessibilità e lunaticità» (parole sue). Annie Clark si è sempre mossa in bilico tra avanguardia e pop, ha sempre giocato con stili e mood diversi. Con l’ultimo LP voleva realizzare un «disco da party che si potesse suonare anche ad un funerale», ovvero denso emotivamente ma anche leggero. Ad ispirarla, i concerti che ha tenuto con David Byrne, con cui ha realizzato nel 2012 Love this giant: la gente che ballava, il clima festoso che si respirava durante gli show, l’hanno spinta a cercare di incanalare un’energia più fisica nella sua musica.

(St. Vincent)
La missione è perfettamente riuscita, e questo è probabilmente il suo album migliore. Lo dicono i primi singoli. Birth in reverse (incipit fulminante: «Another ordinary day / take out the garbage, masturbate») ha un sentore vagamente strokesiano, cioè è sbarazzina e glam, ma con un gusto che tende sempre alla decostruzione. Le chitarre sono taglienti, sporche, il basso fa la voce grossa, sostenuto da una batteria serrata, e il mood è sempre un pizzico stralunato. Persino meglio fa Digital witness, che esplicita il tema di fondo di tutto il disco, la separazione tra identità virtuale (“sociale”, in senso lato) e identità reale. Lo fa con fiati degni di Byrne, un impianto ritmico marcato, e un senso del groove molto bianco, intellettuale, che tuttavia è per nulla arido, ed anzi persino sexy.
L’influenza della black music è un altro elemento che percorre tutto il disco. Rattlesnake gioca con il funky e racconta una storia vera, il brutto incontro con un serpente a sonagli durante una giornata di comunione con la natura. Che si tratti di un disco allucinato lo dimostra anche Huey Newton, intitolata come il fondatore delle Pantere Nere, “apparso” alla Clark dopo aver preso un sonnifero ed esser rimasta sveglia per tutta la notte. Il pezzo si snoda ipnotico lungo la scia di un loop di synth, ma prima che tutto diventi troppo sofisticato ci pensa la solita chitarra a traghettarlo verso lidi più aggressivi (e bluesy).
Acquista St. Vincent su Amazon
A proposito di grinta, altro bell’esempio è l’r&b marziale Bring me your loves. Non mancano però momenti più quieti, quasi malinconici, come Prince Johnny e I prefer your love, una soul ballad incentrata sulla brutta malattia che ha colpito la madre di Annie qualche tempo fa («I prefer your love to Jesus» è il verso-chiave). Senza dimenticare la chiusura, affidata a Severed crossed fingers, che si distende lieve, all’insegna di un romanticismo mai stucchevole («You stole the heart right out of my chest / changed the work I know the best»).
In St. Vincent insomma non c’è solo ricerca sul timbro, la struttura, e neppure c’è un gusto melodico fine a se stesso: c’è anche un cuore. Quello che hanno tutti i grandi dischi.
