Massimo Cuomo – Piccola osteria senza parole

L’esordio di Piccola osteria senza parole lascia un attimo spiazzati. C’è un tizio che attraversa una stradina di campagna con la sua Ritmo. A un certo punto di ferma, afferra il suo Paroliere, un rotolo di carta igienica, si piazza dietro un platano e comincia a defecare. Come dicevo, ci si ritrova un po’ spiazzati. Questo finché, proseguendo insieme a Salvatore Maria Tempesta, non si giunge al Punto Gilda di Scovazze e con lui facciamo la conoscenza di una serie di pittoreschi personaggi.

È il luglio ’94 quando il «meridionale» arriva al Nord. Non è lì per caso, ha con sé la fotografia di una donna. In quel mese si stanno giocando i Mondiali negli Stati Uniti e tutti nel baretto sono impegnati a seguire le partite: Tempesta è un elemento di disturbo, che turba la placida quotidianità dei paesani, che con occhio sospetto cercano di indovinare le sue vere intenzioni e il perché della sua ricerca. Man mano che la narrazione procede, infatti, il racconto si tinge di giallo, il mistero intorno a questo personaggio s’infittisce, fino al momento in cui un colpo di scena inaspettato stravolgerà completamente il senso della trama.

Ambientare una storia in certe zone del Nordest non è sempre facile, soprattutto laddove si snodano le sconfinate campagne padane, un po’ deprimenti e cupe: regioni – in particolare il Veneto – che hanno conosciuto nell’immediato dopoguerra una condizione di forte povertà (da lì, i massicci flussi migratori all’estero), a cui è seguito il boom economico ed industriale, che ne ha modificato completamente l’aspetto e la qualità della vita. Quando si pensa al Nordest si è soliti ricordare i desolati spazi di Come Dio comanda o la grigia città di La sconosciuta; o si pensa ai grossi centri di Venezia, Verona, Padova, Trieste. Invece, Massimo Cuomo, veneziano, classe 1974, ha fatto una bella cosa con il suo Piccola osteria senza parole: ha mostrato i lati nascosti dei luoghi e degli abitanti delle periferie, individuando i pregi celati sotto i difetti e offrendo uno spaccato divertente e leggero di una società chiusa, conservatrice, eppure intimamente vitale, energica e tutta da scoprire.

Un romanzo che racconta quel Nordest terra di bevitori, bestemmiatori, spesso taciturni e un po’ rozzi, ma, in fondo, anche terra di altruisti, di gente di buon cuore, che lavora sodo. Sarà impossibile non provare simpatia per la Gilda e le sue enormi tette, per Malattia e tutti gli altri avventori, per le loro imprecazioni in dialetto contro il meridionale che «Come che l’entra ciapemo gol. El teròn porta sfiga», ma che poi, sfiga o non sfiga, finiranno per prendere in simpatia. E pure Tempesta, nonostante il difficile compito che gli è stato assegnato e che lo ha spinto ad attraversare la penisola, arriverà ad entrare in sintonia con quella mentalità così lontana dalla sua ma che, come tutte le diversità, riuscirà ad arricchirlo.

 

ISBN
9788866324362
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