Have a Nice Life – The unnatural world

Nel 2008 uscì un album, Deathcounciousness, che è praticamente leggenda. Era un doppio e lo firmava (si fa per dire, visto che in copertina c’era solo l’agonia di Marat) un’oscura band del Connecticut, gli Have a Nice Life. La musica? La parte entusiasmante era questa: un mix di post-punk, ambient, shoegaze, drone music e industrial – praticamente come se gli Swans, i My Bloody Valentine e i Nine Inch Nails si trovassero nella stessa sala prove a jammare sulle note dei Joy Division.

Messa così non rende l’idea, ovviamente. Bisogna ascoltare. Deathconciousness era un doppio, ma aveva pochissimi momenti di cedimento: era una lunga processione di spettri, ogni canzone era un chiodo piantato in una bara. Ora, a distanza di sei anni (nel mezzo c’è stato l’EP Time of land, Nahvalr, assemblato a partire da materiale inviato dai fan), Dan Barrett e Tim Macuga tornano con questo The unnatural world, e lasciano di nuovo sgomenti.

Mettiamo da parte per un attimo l’originalità vera o presunta della formula: ciò che lascia senza parole nella musica degli Have a Nice Life è la forza spaventosa che la sottende. Guggenheim wax museum apre su un alito gelido di synth e per poi distendersi lenta e solenne, con le chitarre arrugginite che si librano su un paesaggio di rovine industriali. Cropsey è propulsa da un drumming tribale, l’avvolge una specie di nube da scorie atomiche, mentre Barrett si strugge cercando il suo Dio e un senso che giustifichi l’agonia di vivere («A true god that I can settle for / and spin my body in a long, slow arc / like how our problems are»).

Altro numero fumoso è la “bowiana” (nel senso della “trilogia”) Emptiness will eat the witches, con una chitarra che accenna qualche malinconico accordo su un bordone sintetico, delle voci solenni che subentrano a metà articolando nient’altro che un lamento prima di sparire di nuovo, inglobate nel tessuto armonico. Più “rock” è sicuramente Defenestration song, che indulge ai peccati dei Joy Division: «I never thought I’d lead this restless life / I thought I’d wither down, a sacrifice» è il distico d’apertura, e la voce sembra provenire da chissà quale distanza. La sezione ritmica è la quintessenza del post-punk, così come il riff di chitarra in apertura: tuttavia, nel corso dei sei minuti proprio questa si abbandona a figurazioni minimaliste che perdono via via di consistenza.

Anche Unholy life e Dan and Time, reunited by fate si divertono come a smaterializzare il post-punk. Per assurdo, The unnatural world si nutre di un mucchio di cliché ma mescolati a dovere, con una forza espressiva e poetica come raramente capita di ascoltare. C’è da sperare che Barrett e Macuga non facciano passare altri sei anni per un altro, grande album.

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