Shinji Aramaki – Capitan Harlock 3D

Capitan Harlock 3D è il titolo italiano del film di Shinji Aramaki, tratto dal celebre manga di Leiji Matsumoto, ed è tutto chiaro. Quando ad un film un distributore non trova niente di meglio che appioppare, come titolo, un “3D” dopo il nome del personaggio o del franchise, è evidente che i motivi di interesse ruotino tutti intorno all’aspetto tecnologico. Che nella pellicola di Aramaki, va detto, è decisamente stupefaciente: la computer graphic della Toei Animation è a tratti simile in modo inquietante al live action. Tuttavia, mai come in questo caso succhia l’anima ai protagonisti: i loro volti, incluso quello del misterioso pirata spaziale, sono freddi, inespressivi, vuoti. Come i dialoghi, prevedibilissimi, senza reale pathos.

L’idea alla base era semplice: realizzare una trasposizione dell’opera di Matsumoto (già trasformata negli anni ’70 in una serie animata) che non fosse eccessivamente pedissequa e datata. L’Harlock di Aramaki è un eroe tenebroso, di poche parole, impegnato in una lotta senza quartiere con la Coalizione Gaia (Gaia Sanction), che domina la Terra con metodi dittatoriali (siamo nel 2977). Una figura mitica, avvolta in un alone leggendario persino troppo forzato e meno presente di quanto sarebbe stato necessario: la sceneggiatura di Harutoshi Fukui e dello stesso Matsumoto è infatti principalmente incentrata su due fratelli, Yama e Ezra, che si trovano a combattere sui due lati opposti dello schieramento.

Lo scontro tra i due si inserisce in uno spettacolare stile Guerre stellari, ovviamente infarcito di trovate visivamente mozzafiato (a cominciare dalla stessa Arcadia, la nave capitanata da Harlock) ma povero dell’ironia e della malinconia tipiche di Matsumoto. Il tema di fondo è ovviamente la lotta per la libertà e contro ogni tirannia (Harlock è un pirata), ma non mancano riferimenti filosofici (Nietzsche e il suo La gaia scienza, lo Zen, i “simulacri” di Baudrillard). Sono questi, a ben vedere, i motivi d’interesse di una pellicola tutta incentrata su temi come il tempo, l’apparenza, l’immaterialità (a cominciare dal piano strettamente estetico).

Tuttavia, niente di tutto ciò alla fine aggiunge particolare sapore all’universo creato da Aramaki, fin troppo fantasmatico, impalpabile, e dunque troppo poco coinvolgente. Una buona idea realizzata in maniera troppo fredda, insomma, destinata ad essere apprezzata soprattutto dagli amanti della serie e del manga originale.

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