Bruce Springsteen – High hopes

Allora, mettiamola così: l’unica “grande speranza” che viene in mente ascoltando questo nuovo album di Bruce Springsteen è che il Boss si fermi qui. Prima che sia troppo tardi. High hopes non è un disco terribile, ma è palese che raschi il fondo del barile. Tanto per cominciare, la composizione della tracklist non depone a favore di un pregiudizio positivo: le 12 tracce oscillano tra cover, outtakes e riarrangiamenti di brani del passato. È la prima volta nella carriera di Springsteen, e già come partenza non è granché. Le rielaborazioni sono pesanti e accumulano idee eterogenee: insomma, la diversa data di nascita delle varie tracce si sente, eccome.

La title-track, ad esempio, è un remake di un brano omonimo di Tim Scott McConnell (e dei suoi Havalinas), ma era già stata pubblicata nel 1995, nell’EP Blood brothers: i fiati qui prendono il posto delle tastiere, la slide scompare, il country rock si carica di toni latin, si fa più roccioso. È coinvolgente, a tratti trascinante, ma sa di compitino: per il Boss è il minimo sindacale. La successiva Harry’s place, una ballad ipnotica che risale alle session di The rising (2001), ha invece un arrangiamento più elettronico, suadente anche grazie all’operazione necrofila che recupera il sax del defunto Clarence Clemons.

American skin (41 shots) completa il terzetto d’apertura, ed è ancora un altro mondo: il brano è ispirato all’assassino da parte delle forze dell’ordine di Amadou Diallo. Qui l’elettronica si accompagna ad un tono rock più epico: la melodia è splendida, puro Springsteen, idem per il testo, ma la sensazione è che nel complesso sia meno a fuoco della versione live e di studio del 2001. Troppo muscolare, ecco forse il problema dell’ultimo Springsteen: negli ultimi anni (da The rising in poi), Bruce ha un po’ smarrito quella raffinatezza che lo contraddistingueva (vedi The river, probabilmente il capolavoro) in favore di un’immediatezza, di un urgenza da rocker del popolo che, tuttavia, qua e là appare un po’ logora.

Il punto più basso dell’album lo raggiunge The ghost of Tom Joad (dall’omonimo LP del 1995), in cui Springsteen lascia praticamente campo libero a Tom Morello (che suona praticamente in tutto il disco) e ci va giù troppo pesante con la chitarra elettrica (come vocalist è invece insignificante). Il tono dolente del brano svanisce, rimpiazzato solo da chiasso. Pure Dream baby dream (una cover dei Suicide) non scherza quanto ad inconcludenza, è persino eccessiva, forzata, nel suo pathos.

Il resto è ordinario (This is your sword, con le sue coloriture celtiche, Heaven’s wall, la delicata The wall) e, nella migliore delle ipotesi, non aggiunge nulla al repertorio di Springsteen. Uno con un songbook come il suo non ha bisogno della scusa di un disco come High hopes per poter andare in tour, perché questo è probabilmente il movente dietro il disco. Altri, davvero, è difficile individuarne.

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