Hana-bi, titolo del film in questione, è la parola giapponese che indica i fuochi d’artificio, tradotti nella versione italiana come “fiori di fuoco”: una traduzione indubbiamente erronea, ma che si dimostra più pregnante del termine originale. È un’immagine un po’ ossimorica, insolito accostamento di un elemento per antonomasia bello e fragile (il fiore) con la potenza distruttiva che caratterizza invece il fuoco. Dopo aver visto il film, non sarà tuttavia difficile cogliere un parallelismo tra questa immagine caotica e le vicende narrate, in particolare prestando attenzione al comportamento, che potremmo dire appunto bipolare, del personaggio protagonista.
Questi è Nishi (interpretato dal regista Takeshi Kitano), ex-poliziotto violento ma generalmente dominato da un’apparente calma, sposato con Miyuki (Kayoko Kishimoto), afflitta da un cancro agli ultimi stadi. Dopo la morte della loro unica figlia e dopo che il collega Horibe (Ren Osugi) perde l’uso delle gambe a seguito di uno scontro a fuoco, Nishi lascia il lavoro per dedicarsi alla moglie malata, riducendosi a chiedere soldi alla mafia, la yakuza. Mentre Horibe inizia ad interessarsi alla pittura, Nishi, inseguito di continuo dai creditori mafiosi che vengono da lui puntualmente massacrati, rapina una banca, fintosi poliziotto. Sfrutta poi i soldi rubati per saldare parte dei debiti con gli yakuza (che continuano a mandargli sicari), fare un dono a Horibe e portare la moglie morente in un’ultima spensierata vacanza.

Fiori e fuochi dunque: i primi sono il soggetto delle opere pittoriche di Horibe, che dipinge animali aventi teste floreali (disegni surrealisti creati dal regista). Ma corolle variopinte si possono individuare anche nei fuochi artificiali, comprati da Nishi per far divertire la moglie: un utilizzo giocoso della polvere da sparo, diverso da quello al quale è abituato l’ex-poliziotto, uomo indurito da una vita di esperienze col fuoco delle pistole, strumenti letali di un mondo che l’ha contagiato, rendendolo all’occorrenza crudele, e che ha costretto l’amico Horibe ad una vita in carrozzina.
Hana-bi ha tutte le premesse per essere un buon yakuza film, genere tipico del Giappone e del quale Kitano può dirsi un moderno esponente (si pensi al film d’esordio Violent cop). Tuttavia, è in questo caso una definizione fuorviante, come suggeriscono le scelte narrative del regista: la violenza c’è (gli scontri tra i criminali ed il poliziotto sono descritti con dettaglio splatter), ma essa è mescolata di continuo con immagini che veicolano tenerezza, bellezza (l’arte di Horibe) ed amore coniugale. Come già avveniva in Sonatine, Kitano dipinge la durezza dell’esistenza accostandola, con chiaro lirismo, a micro-realtà quasi oniriche, che non escludono la brutalità ma nelle quali un sorriso basta a suscitare un’emozione.
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