«Tu vuò fa’ l’americano», cantava Renato Carosone. E chi non ha mai sognato gli States, gli spazi immensi, il rock n’roll (quello vero, Vasco non vale), i divi di Hollywood e un “way of life” distante mille miglia dalla desolazione della provincia in cui tutti, a confronto, siamo confinati. Oscar Pettinari, il protagonista di Troppo forte, è il Nando Moriconi degli anni ’80: tutta la sua esistenza di borgataro è incentrata sul desiderio di sfondare nel cinema e sulle fregnacce che racconta per alimentare intorno a sé l’alone di incompreso eroe dei “b movie”.
I ragazzi del Bronx, La vendetta del Cobra e il mitico La palude del Caimano, girato in Rodesia in condizioni “estreme”, sono solo alcuni dei titoli a cui Pettinari millanta di aver partecipato. Gli aneddoti, a base di anaconde gigantesche fatte fuori a mani nude e immersioni in paludi tossiche, non si contano: Pettinari, come il Manuel Fantoni di un altro film di Verdone (Borotalco), li propina ad ogni occasione ai suoi occasionali interlocutori, ma non è che ottenga chissà che risultato («So tre giorni che ce stai a sbomballà co’ sta Rodesia! Basta, nun ne potemo più!»). Un giorno, però, ad una di queste conversazioni assiste per caso un avvocato, Giangiacomo Pigna Corelli Inselci, il quale lo convince a simulare un incidente per ottenere un risarcimento milionario dal produttore che l’ha appena scartato ad un provino. Da lì cominciano i guai: nella macchina con cui Oscar si scontra non c’è il produttore, ma una giovane attrice americana, Nancy, a cui sarà costretto a dare ospitalità e sostegno dopo che il suo scherzo le è costato il lavoro.
Non è un caso, ovviamente, che l’avvocato Inselci, il quale, con la sua retorica caricaturale, convince Oscar a tentare la carta della frode, sia impersonato dal cialtrone per eccellenza del cinema italiano, Alberto Sordi, che in Un americano a Roma intepretava proprio Moriconi e che di Verdone è un po’ il padre putativo (vedi In viaggio con papà, del 1982). Troppo forte è impregnato di romanità e di Cinecittà. Nei racconti improbabili di Pettinari riecheggiano le smargiassate del coatto di periferia e insieme il mito di un cinema fatto in casa, esemplificato da altre due figure care a Verdone: Mario Brega (che fa la parte dell’organizzatore di un giro di corse di moto clandestine) e Sergio Leone, co-sceneggiatore, supevisore della pellicola e regista non accreditato di alcune scene.
Insomma, la costellazione di Troppo forte è la solita di Verdone, così come il tono, capace di non debordare in maniera grossolana e di non rinunciare, pur tra le volgarità, ad un sottotesto tenero, malinconico. Un film divertente, disimpegnato ma non sciocco, di quelli che un po’ mancano alla carriera dell’ultimo Verdone.
