Albert Camus – Lo straniero

«Se lo volesse, a Meursault basterebbe poco per evitare la condanna a morte. Sa bene che i giudici vorrebbero da lui un pentimento, o la confessione di un’angoscia. Ho sparato, ma non volevo farlo. L’arabo mi ha aggredito, sono stato costretto a sparare per difendermi. Ma nessuna di queste frasi (o di analoghe) sono la sua verità. E Meursault si rifiuta di fingere». (Silvio Perrella)

Meursault è un impiegato algerino che un giorno, senza un vero motivo, uccide un arabo. Viene perciò arrestato, consapevole che un eventuale processo significherà anche una successiva condanna a morte. Ciononostante, accetta impassibile il suo tragico destino, senza cercare pretesti al suo crimine. È nel senso di straniamento da ciò che lo circonda che può essere giustificato il titolo dell’opera di Albert Camus, Lo straniero appunto, il quale, forte di una consapevolezza fredda, lucida, profondamente razionale, giunge prima di tutti gli altri alla profonda verità «di essere e di sentire». Una verità negativa, come la descrisse lo stesso autore, «senza la quale, però, nessuna conquista di sé e del mondo sarà mai possibile».

Lo straniero si inserisce nel ciclo dell’assurdo, che troverà la sua esplicazione più profonda ne Il mito di Sisifo e nella piéce teatrale Caligola. Assurdo rintracciabile nell’assenza di senso dell’esistenza (e, in questo, è ascrivibile il discorso di Camus sul suicidio), superabile solo tramite la cooperazione e la solidarietà umana. È chiaro che se l’uomo prende coscienza della sua condizione ne rimane intimamente frustrato e, soprattutto, non è detto che la solidarietà sia sempre sufficiente, dal momento che deve coincidere con il carattere soggettivo di un individuo e gli stimoli esterni (a loro volta assurdi, come nel caso de Le malentendu, del 1944).

Quindi, l’individualità che si scontra con l’assurdità dell’esistere nel mondo, dove sono ben chiare le mete da raggiungere, sono chiari gli strumenti da adoperare, ma non sempre la coscienza riesce a fare i conti con la propria solitudine esistenziale (non tutti hanno la cognizione di sé come il protagonista de Lo straniero) o con gli imprevisti. Nel caso di Meursault, ciò che determina la sua definitiva condanna a morte è la sua mancanza di rimorso, iniziata ben prima dall’assassinio dell’arabo, con la morte della madre, fatto che non scatena in lui alcun tipo di emozione. Ma qualsiasi rimorso sarebbe inutile di fronte all’assurdo: la liberazione dal tedio passa solo tramite la morte e forse è proprio per questo che il protagonista s’avvia serenamente al patibolo, nella speranza che nel giorno della sua esecuzione ci siano numerosi spettatori che lo accolgano con «grida d’odio», in modo da farlo sentire meno solo nel salto oltre l’assurdo, in una dimensione di pura felicità.