Pete Doherty si è ritagliato una parte ben precisa: quella dello studente svogliato, che siede all’ultimo banco, spernacchia i professori, non studia perché è pigro e delle lezioni non gli interessa, e il suo tempo, al pomeriggio, preferisce dedicarlo a trastullarsi con una chitarra o a fare il teppistello. È quel tipo di studente che a te, secchione, ti fa rabbia, perché nonostante la sua asineria sembri congenita, all’atto pratico il tipo dimostra una facilità irritante nel fare cose per la quale tu, invece, devi studiare, e tanto.
Questo è l’identikit che Doherty, più o meno consapevolmente, si è cucito addosso, sin dai tempi dei lavori con Carl Barat nei Libertines. Terminata a metà dei Duemila quell’esperienza, ci hanno pensato i dischi con i Babyshambles e il solista Grace/Wasteland (2009) – per non parlare della cronaca mondana – ad alimentare il mito di un talento frammentario, sprecone, irridente in primis verso se stesso. Impressione che dovrebbe confermare anche questo Sequel to the prequel. Come i predecessori, è un album di rock’n’roll marcatamente brit (ovvietà) e finto-trasandato, non è chiaro in che misura per calcolo e quanto per reale incapacità di fare altrimenti. A Doherty tutto si può imputare, meno che sia un bugiardo: è persino troppo naïf per essere cinico. L’apertura, Fireman (un minuto e quarantuno precisi) la butta sulla nostalgia à la Libertines: dunque uptempo punk, riff saltellante, tanta sfacciataggine. Niente male, per carità, ma è il tipo preludio che uno teme da un disco del genere, quello che sembrerebbe introdurre un lavoro di grazioso sottofondo. E infatti.
Nothing comes to nothing sta tra Morrissey e i Cure di Friday I’m in love, Fall from grace è shuffle country, Dr. No s’insaporisce nel reggae, Picture me in a hospital sfoggia un arrangiamento d’archi (il pezzo è ispirato al ricovero dopo un incidente in moto del bassista Drew McConnell). La title-track è swingante, ma sono Farmers daughter e Minefield a incuriosire di più. La prima per un riff ipnotico di chitarra e qualche ammiccamento a Walk on the wild side (il pezzo è firmato da Doherty e John Robinson dei Bandits), e la seconda per una bella durezza, frutto di una jam tra compagni di band.
Il problema, però, è che Doherty non è né Paul Weller né Joe Strummer, ma un ibrido immaturo, che puntualmente sforna dischi di media fattura, né terribili né meravigliosi. All’identikit dello studente svogliato e geniale manca qui un passaggio fondamentale: il genio. Alla fine, è più probabile che in quel quadretto ideale Pete sia, più che il talento sregolato, il bidello un po’ cialtrone.
