“Choral symphonic pop rock”: per una volta, la definizione non è di qualche critico ossessionato dalle etichette, ma di Wikipedia, che inaugura così la scheda (nella versione inglese) sui Polyphonic Spree. Del resto, il nome stesso del combo è tutto un programma: “frenesia polifonica”. Dunque era nei piani di trasformare il pop e la psichedelia in qualcosa di teatrale, operatico, con un tocco di glam che non guasta (non a caso, la band ha in curriculum anche uno show con i brani del Rocky horror picture show). Per farlo, il leader Tim DeLaughter ha messo in piedi un collettivo di venti e passa membri, ha arruolato cori, flauti, trombe, corni, oltre ai più canonici basso-chitarra-batteria (e tastiere): insomma, ha riportato a galla certi fantasmi del rock progressivo anni ’70, in maniera (ça va sans dire) stucchevole.
Sebbene si ponga come disco di “canzoni” (e non una pièce unica, come in passato), Yes, it’s true, da questo punto di vista, non fa eccezione. Le undici tracce, finanziate via Kickstarter, si barcamenano senza anima tra le gli scarti dei Flaming Lips, mescolati di volta in volta agli U2 (You don’t know me), ai Pink Floyd (il cambio di tempo di Carefully try, pure non del tutto disprezzabile), e ovviamente ai Genesis (la marziale Blurry up the lines, con un ché forse di bowiano). Qualche accostamento, qualche trovata intrigante, c’è: il piglio visionario di Raise your head, i suoi flauti svolazzanti, si mescolano ad un beat disco, mentre in Heart talk il contrappunto di sax e il lavoro del piano se non altro sono efficaci. Il punto, però, è che si tratta di niente che giustifichi uno spiegamento di forze così imponenti: davvero è necessario un collettivo per inscenare Battlefield? Non bastava un diligente discepolo di McCartney – persino gli Oasis…
Il tutto, ovviamente, è condito con l’ottimismo stucchevole di DeLaughter, tanto più irritante perché dal sentore forzato. La storia della band comincia infatti dalla morte per overdose del chitarrista Wex Berggren, con DeLaughter nei Tripping Daisy, dunque segue un percorso che dalle tenebre arriva alla luce, abbracciando l’ideale di uno slancio epico, grandioso che, tuttavia, nella pratica si traduce in un songwriting ad alto tasso di autoindulgenza e autoreferenzialità. Questo è sempre stato il problema principale dei Polyphonic Spree, ed è il motivo per cui anche Yes, it’s true suona, a discapito del titolo, un po’ spento. In una parola, prescindibile.
