Michelangelo Antonioni – Professione: reporter

Si può cambiare pettinatura, vestiti, persino nome, ma non ci si può sbarazzare di se stessi: è questo l’assunto intorno al quale ruota Professione: reporter di Michelangelo Antonioni. Il protagonista, David Locke, probabilmente ne è conscio, solo finge di ignorarlo il giorno in cui, in una camera d’albergo, trova morto una specie di “altro sé”, tale David Robertson. La somiglianza è notevole, e così Locke decide di scambiare le fotografie sulla carta di identità e di vestire (letteralmente) i panni dell’uomo. È Locke, il grande cronista, inviato in quel paese dell’Africa centrale per intervistare il capo della resistenza al regime, ad essere morto, non l’anonimo Robertson.

In quell’alberghetto, Locke crede insomma di trovare il viatico per una nuova esistenza e invece va incontro alla catastrofe. Robertson vendeva armi alla resistenza, e Locke pagherà a caro prezzo la sostituzione con lui. Nel peregrinare da una parte all’altra dell’Europa seguendo per inerzia le orme del suo alter-ego, Locke coinvolge anche una ragazza. I due mimano una fuga dal nulla, dal vuoto pneumatico di esistenze (borghesi) aride di vita: nel raccontarne la parabola, Antonioni mette in scena un’odissea costellata di segni di morte (il bianco degli ambienti, l'”Hotel de la Gloria” teatro dell’epilogo), in cui la disfatta è l’unica certezza.

Locke lascia che i sicari del regime facciano il loro lavoro: non tenta neppure una reazione. Antonioni nel finale salda così Pirandello ad Hemingway. Soprattutto, realizza uno dei più complessi ed emozionanti movimenti di macchina da presa di tutti i tempi, con una lentissima carrellata che dall’interno della stanza d’albergo sfocia in un cortile polveroso per cogliere l’arrivo della polizia, accompagnata dalla ragazza senza nome e dalla moglie di Locke, che finge di non riconoscere il marito (l’ha mai conosciuto?). La traiettoria, morbida, senza strappi, descrive il trapasso come naturale e, al tempo stesso sottolinea la pacifica indifferenza del mondo, che continua a girare anche se una vita è cessata.

Locke, in definitiva, non muore per un colpo di pistola: muore perché è stanco della sua vita e del suo lavoro, quel documentare la realtà che è diventato un gioco sterile. L’atto del guardare, per Antonioni, è problematico (vedi Blow up): di queste inquietudini, che investono inevitabilmente anche il mestiere del regista, Professione: reporter fa poesia, adoperando il meccanismo del thriller per raccontare l’errare senza scopo di un’anima alle prese con una crisi gravissima e terminale.

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