James Leo Herlihy – Un uomo da marciapiede

Un uomo da marciapiede è uno di quei casi in cui un film riesce a regalare successo al libro da cui è tratto. Nel 1969, John Schlesinger decide di portare sul grande schermo questa storia dolceamara, ripresa dal romanzo di James Leo Herlihy. Le straordinarie interpretazioni di Jon Voight e Dustin Hoffman accendono i riflettori sulla potenza straordinaria del libro, pubblicato quattro anni prima. Il film, vincitore di tre premi Oscar (miglior film, miglior regia e migliore sceneggiatura), pur vietato ai minori di diciotto anni, fa di questo testo un vero e proprio romanzo di culto.

Tornato in libreria in una nuova versione, a distanza di anni il romanzo non perde il suo fascino, grazie alla storia del giovane Joe Buck, aspirante cowboy texano che si trasferisce in metropoli con la speranza di fare fortuna come gigolò. Al suo fianco, da un certo punto in poi, il vagabondo Rizzo, compagno di avventura e di espedienti. I due vivono i loro giorni tra il drammatico ed il rocambolesco, si legano ad alberghi squallidi ed ambienti lussuosi e viziosi, artisti pop e ragazzi di vita. Nella New York degli anni Sessanta, i personaggi del romanzo rappresentano una galleria di umanità spinta al limite, lacerata nel profondo, vittima di una feroce solitudine.

Mentre i pensieri vagano a chilometri di distanza, è proprio quella solitudine a rendere durissima la realtà, a sporcare anche i piccoli desideri di futuro. Dietro la ricerca di un proprio posto nel mondo, i protagonisti si smarriscono, si sentono a volte indegni e a volte immobili, in un turbine che non sembra avere via d’uscita. Il desiderio di affermazione, la vitalità giovanile, seppur ingenua, sono sopraffatti dalla durezza della strada che, forse, solo il senso della vera amicizia può sconfiggere. Proprio la strada, in effetti, è il simbolo di un percorso interiore che porta Joe e Rizzo nelle parti più oscure delle loro anime, nel buio delle loro personalità.

Distaccandosi e riagganciandosi al mondo, le umanità del romanzo vagano nelle lande vuote delle loro esistenze, lasciando tracce di vivide paure e di momenti di lucidissima felicità. Herlihy rappresenta, con precisione e compassione, il “grottesco umano”, a cui affianca pennellate poetiche di stupore e meraviglia per il tempo che passa tristemente con la sua normalità, per la sensazione che la storia avesse un finale già scritto, per una voce che sussurra parole che assomigliano a riscatto, solitudine, destino.

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diDonato Bevilacqua

Proprietario e Direttore editoriale de La Bottega di Hamlin, lettore per passione e per scelta. Dopo una Laurea in Comunicazione Multimediale e un Master in Progettazione ed Organizzazione di eventi culturali, negli ultimi anni ho collaborato con importanti società di informazione e promozione del territorio. Mi occupo di redazione, contenuti e progettazione per Enti, Associazioni ed Organizzazioni, e svolgo attività di Content Manager.