A.B. Spellman – Quattro vite jazz

I ritmi incandescenti e le armonie visionarie del jazz, i club fumosi degli anni ’60, le tensioni e le innovazioni socio-culturali di un’America che cambia, la droga e la solitudine di essere geni incompresi. Le “quattro vite jazz” immortalate da A.B. Spellman in questo libro, quelle di Cecil Taylor, Ornette Coleman, Jackie McLean e Herbie Nichols, sono accomunate, pur nella diversità dei percorsi, da un comune sentire anticonformista, dalla voglia di riscrivere le regole del gioco. Certo, queste “quattro vite” non sono state facili: hanno riscosso pochissimo, sia in denaro che in gratificazioni artistiche, ostacolate dal conformismo del gusto medio e dall’affarismo di etichette discografiche e proprietari di locali. Ma si sa, il tempo è galantuomo: le partiture (o le improvvisazioni) di Taylor, Coleman, McLean e Nichols sono oggi oggetto di studio.

Quattro percorsi diversi, dicevamo, in questo volume, per la prima volta edito in Italia da Minimum Fax: c’è l’intellettuale Tayor, appassionato alle correnti musicali contemporanee, l’autodidatta Coleman, venuto su nel ghetto, il borghese e «troppo hip» McLean e il più «regolare» (leggi: pulito) Nichols. Spellman lascia per lo più che il racconto venga fuori dalla voce di ciascuno di loro, come un lungo monologo. E con piacere ci si abbandona al racconto di rivalità leggendarie, insuccessi, ostracismi e intuizioni geniali. Spellman non ha paura, nelle occasioni in cui si “intromette”, di far trasparire il suo punto di vista: «C’è una ragione – scrive nell’introduzione alla prima edizione, qui riportata nella traduzione di Marco Bertoli – per cui le case discografiche e i proprietari dei locali appaiono in queste pagine come cattivi: lo sono. […] Sono in primo luogo uomini d’affari, com’è ovvio, e la prima cosa che guardano in un gruppo o in un musicista è il suo potenziale commerciale». C’è però un altro nemico in queste pagine, o per lo meno un cruccio forse ancora maggiore: «la volgare indifferenza» che l’America riserva, in quegli anni, a quegli «aspetti della cultura afroamericana» che non rientrano «nel semplice entertainment»: e dunque è anche grazie all’attività di artisti come Coleman, McLean, Nichols e Taylor se il jazz, oggi, da mero divertissement, è diventato arte a tutti gli effetti, e se alla cultura nera è riconosciuta una sua dignità.

E dunque, perché dovrebbe interessare la lettura di un libro come Quattro vite jazz? Semplice: perché la sua essenza è nel gusto della lotta. Ed è da lì, dalla sfida alle avversità che nascono «le belle storie da raccontare», quelle che, proprio come la musica di Coleman, McLean, Nichols e Taylor, «non invecchiano mai».

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