Il posto dei miracoli è un libro veramente difficile da etichettare, un testo che pagina dopo pagina diventa un condensato di tante cose, ma che solo all’ultimo schiude al lettore il suo vero significato. Judith, una ragazza di dieci anni, vive di fantasia, la usa per riempire vuoti e solitudini. Raccoglie quelli che potremmo definire rifiuti, e li utilizza per costruire un perfetto mondo in miniatura nella sua camera. Come biasimarla? Il mondo, quello vero, è fatto di minacce dei compagni di scuola, di un padre burbero, severo e irreprensibile, che non riesce a manifestare il suo affetto. E poi c’è la religione, un’intera comunità praticante per cui la fantasia è peccato e la fine del mondo è dietro l’angolo.
Quella che crea Grace McCleen è la voce di una bambina che ci sta sussurrando un segreto, convinti che noi lettori potremmo crederle, e che saremo la sua salvezza. I guai per Judith, infatti, iniziano quando la religione, la parola di Dio e le “cose necessarie” imposte dalla fede, si confondono con la vita vera, e anche una semplice nevicata può essere considerata un miracolo. La fantasia di Judith e la vastità dei suoi pensieri si scontrano con le ristrettezze mentali degli altri, con i dogmi e le paure inculcati dalle ideologie.
La bambina non è l’unica a perdere di vista il senso delle cose: preso dalle sacre scritture e da un’immagine sociale che non gli permette slanci d’affetto, il padre perde lentamente la figlia, non ne comprende i pensieri, non le mostra affetto, “distrugge” ogni sua fantasia in nome di saldi principi che si sgretoleranno, proprio come la fede. Il posto dei miracoli colpisce in positivo per la delicatezza e il coraggio con cui la giovane autrice affronta certi temi ed è in grado di creare una vera e propria allegoria religiosa, una fiaba dal finale inaspettato, in cui Judith, proprio come l’eroina biblica, trionfa e conquista un proprio spazio, vince sulla solitudine. Il cammino verso la fine del mondo diventerà invece un percorso di crescita, di distacchi, di fiducia in se stessa e di rinascita. L’unica voce che conta, ora, non è quella di Dio, ma quella che viene dal cuore e che insegna l’affetto.
Nell’abbraccio finale tra padre e figlia c’è tutto ciò che la religione non può offrire, c’è l’esplosione di una lotta interiore che è segno distintivo di ogni credente che confonde fede e fanatismo, c’è il vero senso dei miracoli, «che funzionano meglio con le cose normali, e più sono normali e meglio è; più grande è il contrasto, più grosso è il miracolo».




