Sangue caldo, nervi d’acciaio: proprio come Antti Kokkoluoto. La visione profetica della “strega” Linnea Lindeman gli assicura ben 72 anni di vita, dunque il giovane ne approfitta per lanciarsi in ogni sorta di spericolata avventura. Sullo sfondo, una Finlandia che, appena conquistata l’indipendenza (Antti nasce nel 1918), viene travolta dalla crisi del ’29, dalla Seconda guerra mondiale, da furori nazionalisti e miti di progresso sovietici. Antti apprende dal padre i segreti del commercio, con il genitore si dedica al contrabbando di alcolici, va in guerra, viene fatto prigioniero e torturato dai russi, diventa un ricco imprenditore, un ministro, un marito, un padre e un nonno. E quando sembra che la data di scadenza della sua fortuna si sia approssimata definitivamente, organizza un sontuoso banchetto, il più grande che Ykspihlaja abbia mai conosciuto.
Arto Paasilinna, cantore dei piccoli borghi, di ubriaconi, di epopee tragicomiche e surreali, sceglie qui un tono insolitamente distaccato: si immerge nella Storia, e mescola la finta biografia di Antti e dei Kokkoluoto con quella reale di una nazione dalla storia travagliata, complessa, al fine di tracciare un percorso, definire un’identità collettiva. Il punto, però, è che la narrazione ha il ritmo un po’ monocorde del compendio, del bignami: mancano i sussulti del Paasilinna che conosciamo (per esempio quello de L’anno della lepre o L’allegra apocalisse) ed è un peccato, perché qui c’era materia in (sovra)abbondanza per la sua gustosa “comédie humaine”. Antti, il padre Thuomas e la moglie Hanna, hanno tratti di scaltrezza, perfezione, bellezza, da leggenda: in breve, non hanno vita all’infuori del loro tratto allegorico stilizzato. Eppure non sono completamente edificanti: il commercio dei primi due è cinico, arrivista, Hanna è anche fedifraga (non che il marito sia fedele). La narrazione, però, stende sull’insieme una patina di uniformità, appiattisce i dettagli e le problematicità, uniforma tutto presa dal desiderio di lasciare che sia la Storia (ma anche la storia) a parlare, a raccontarsi. Il racconto di Sangue caldo, nervi d’acciaio dovrebbe essere quindi risolto in sé, autonomo, e invece suona un po’ inconcludente, eccessivamente leggero, forse persino un po’ ipocrita. Il Paasilinna che non ti aspetti, insomma: quello che ti lascia indifferente.




