Neanche tredici anni fa, quando i calendari dell’opulento Occidente – quello che la crisi economica ha spazzato via, per intenderci – voltarono pagina e diedero il benvenuto alla comparsa di una temuta cifra tonda a tre zeri, la tematica dell’apocalisse e della fine era così frequentata come lo è oggi.
C’è chi dice che siamo fuori dall’epoca postmoderna e di certo è vero. Il mito del progresso è oramai tramontato, ma non perché la Storia abbia fatto il suo e ci si stia adagiando nel letto placido di un corso d’acqua stagnante, si stia dondolando tra le onde basse del tutto è già stato fatto e del tutto è già stato detto. Al contrario, la sensazione diffusa pare essere quella del precipitare tra le rapide di un torrente in discesa, circondati da un numero sempre crescente di macro e micro eventi storici che non siamo in grado di interpretare, abbandonati come siamo a un moto sussultorio che con rinnovata velocità ci sta conducendo verso un’ipotetica fine.
L’antologia ESC. Quando tutto finisce, pubblicata da Hacca ed uscita all’inizio di questo 2013 che, se avessimo dato davvero retta alle teorie Maya, non sarebbe mai esistito, ha come leitmotiv il tema della fine del mondo. Curata da Rossano Astremo e da Mauro Maraschi, ESC è una raccolta di 13 racconti più o meno brevi e tutti, ognuno a suo modo, apocalittici. Carola Susani, Stefano Sgambati, Gabriele Dadati, Emilia Zazza, Vins Gallico, Federica De Paolis, Fabio Viola, Paolo Zardi, Giordano Meacci, Cinzia Bomoll, Flavio Santi costruiscono storie in cui il finale coincide inesorabilmente con la fine. Del mondo, di una vita, dell’esistenza per come fino a quel momento la si era conosciuta.
Emergono da ESC narrazioni insolite in cui l’atmosfera decadente è un elemento imprescindibile, ma non sempre è il vuoto ciò che resta dopo il mondo senza il mondo. È così per i protagonisti del racconto di Carola Susani, L’estate in cui tornammo al Mare, dove uno tsunami sconquassa l’esistente per riportare l’uomo alla vitalità marina; lo stesso può dirsi della breve storia di Emilia Zazza, Ancora un altro Natale, in cui la fine coincide con l’inizio, con la nascita turbolenta di una bambina di nome Delfina; niente di diverso in Neon Burning pà pà pà di Federica De Paolis, in cui il mondo finisce lasciando una famiglia che ha saputo ritrovarsi nonostante le avversità. Stefano Sgambati e Gabriele Dedati, loro sì, dipingono scenari tetri frequentati da personaggi angustiati e propongono finali di mondo degradati e tristi.
In conclusione, se davvero la nostra malattia più grave – quella che potrebbe davvero portarci al collasso – è l’incapacità di immaginare un futuro e di costruire speranze, allora ESC è un buon sintomo di guarigione. Si parta pure dall’immaginarsi una fine, purché si parta.




